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Un ricordo di Gianni Tempioni

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Un ricordo di Gianni Tempioni

II 10 febbraio 2012 il Comune di Valfabbrica (Perugia) intitolerà una piazza della città al Cap. Pil. (Medaglia d'Argento al Valor Aeronautico) Giovanni Tempioni, deceduto in quella zona quando, a bordo di un TF-104 in grave avaria, rimaneva al suo posto di pilotaggio per consentire al collega allievo istruttore di eiettarsi in tutta sicurezza, rinunciando così alla propria salvezza.
Riservandoci di dare in seguito il dovuto spazio alla cronaca della cerimonia, pubblichiamo il ricordo del Caduto nello scritto di chi fu il sopravvissuto di quel lontano, doloroso incidente di volo.


Un ricordo di Gianni Tempioni
di Marcello Caltabiano

Quella fredda mattina, come tante altre di un freddo inverno del 1969, si presentava sopra Grosseto con uno strato di nubi non molto spesso.
Un'occhiata alla vetrata della sala operativa del 20° Gruppo per conoscere il tipo di missione da compiere ed eccoci seduti in tre per un briefing al frequentatore, un pilota esperto con parecchie ore di volo sull'F-84F, con Gianni Tempioni e con me che, in addestramento istruzionale, dovevo svolgere tutta la missione di "chase" dal posto posteriore del TF-104.
Gianni era il mio istruttore: un bolognese amante delle barzellette e delle battute quali solo gli emiliani sanno fare anche nei momenti più tirati; ci univa una vecchia amicizia sorta sin dai tempi del 101° Gruppo a Rimini. Nel briefing pre-volo Gianni si limita all'essenziale
"perché, tanto, voi due se la faccio lunga, vi addormentate".
Si va all'aereo portandosi in spalla il paracadute: allora non avevamo ancora i Martin Baker, ma i seggiolini C2. Ultimi suggerimenti a me, mentre andiamo al nostro velivolo, con qualche trucco per facilitare il mio compito, giacché dovevo imparare a compiere tutto il volo come se lui non fosse stato lì davanti a me ed io fossi stato già l'istruttore.
Messa in moto, cinque dita, rullaggio e decollo dietro all'altro TF lasciandoci una decina di metri di margine, per avere un po' di spazio nel caso in cui il velivolo da seguire invadesse la nostra mezza corsia. Mezza, perché un pilota alle sue prime missioni sul 104 decollava dalla linea di centro pista per consentirgli un margine di possibile deviazione dalla linea centrale.
Carrello su, flaps su, via dal postbruciatore ed iniziamo a salire verso il lago Trasimeno, che sarà la nostra zona di lavoro, con livellamento a 20.000 piedi per poter dare inizio alle manovre previste. Collegamento radio con il radar Quercia affinché segua la nostra missione e, magari, ci avvisi se qualche velivolo inavvertitamente invade la nostra zona di lavoro; o se noi, sempre inavvertitamente, avessimo invaso quella di qualche altra missione.
Uso degli aerofreni; dei flaps su takeoff; avvicinamento allo stallo con la cloche che vibrando da il previsto avvertimento, lettura dell'AOA (angolo d'attacco) e rimessa; stallo con l'entrata del kicker questa volta, ed ancora rimessa in linea di volo; poi, virate strette in linea di volo e un bel po' di virate sfogate.
Dopo circa una mezzora e più di manovre, ci troviamo intorno ai 10.000 piedi e dobbiamo salire per presentarci a Grosseto. Avvicinamento a 27.000 piedi. Comunico quindi di dare motore e salire alla quota prevista.
Sennonché ci accorgiamo che il livellamento è stato effettuato a 17.000 piedi, evidentemente per un errore di lettura dell'altimetro da parte del pilota in transizione.
Gianni: "Vedi te che il nostro amico ha sbagliato lettura dell'altimetro; adesso ci divertiamo!".
"A che quota siamo?" chiedo.
"270" è la risposta.
"Leggi bene l'altimetro".
"Orca!" e si vede lo sbuffo del fumo nero che indica che sta dando motore.
Avanzo la manetta anch'io, ma si sente un colpo sordo ed ho l'impressione di una forte imbardata a destra, entrando immediatamente in visione nera.
"Lanciati, Marcello, lanciati!" sono le ultime parole di Gianni.
Pressato da una montagna di "g" positivi, continuo ad avere la visione nera e non riesco a coordinare il movimento delle braccia per raggiungere la maniglia di eiezione.
Abbasso la testa ed eccola lì la maniglia, entro un ristretto campo visivo, e le mie mani le sono vicine.
Poi mi risveglio e percepisco un suono leggero: il fruscio del paracadute.
Guardo in giù: sono molto prossimo al suolo e vedo un fiume ed un albero sotto di me, ma non ho certo il tempo di cercare di evitare entrambi, tanto ormai sono basso. C'è una cinquecento bianca che corre su una stradina e dentro ci sono due brave persone che mi raccoglieranno dopo una più che rovinosa caduta sull'albero, per fortuna attutita dal "survival kit" che non ho fatto in tempo a sganciare e che si è incaricato di spezzare parecchi rami. Chiedo dov'è l'altro paracadute e mi rispondono che ne hanno visto solo uno: quello mio.
Ancora intontito, non riesco a ricordare chi fosse in volo con me e comprendo che non è riuscito a salvarsi: la mente fa strane beffe quando rimane forzatamente inattiva per un periodo che, considerato il tempo di discesa con il paracadute da 17.000 piedi, è stato intorno a parecchi minuti, nonostante il freddo pungente.
Mi trasportano dal medico condotto del paese di Valfabbrica e, dopo un po' avverto un forte dolore alle costole; poi, arriva un'ambulanza che mi porta all'Ospedale di Perugia.
Mi infilano dentro un letto, che mi dicono essere stato occupato da un frate poche ore prima ed una suorina s'incarica di offrirmi da bere una spremuta d'arancia. In quel momento le sono immensamente grato e lo sarò per tutti i miei dieci giorni di degenza ed anche ora lo sono, per avermi dimostrato cosa significa la carità cristiana e curare il prossimo senza chiedere nulla in cambio.
Mentre mi portano alla sala raggi per accertamenti realizzo che con me su quell'aereo c'era Gianni; piango tra me e me come non ho mai pianto in vita mia, né piangerò in futuro.
L'inchiesta su quanto era accaduto ha determinato che la tip sinistra si era improvvisamente sganciata da sola ed era andata a colpire il piano di coda; da quel momento il TF aveva iniziato a precipitare fuori da ogni possibilità di controllo.
Ho perso uno dei miei più cari amici; compagno di tanti altri voli felici e di scherzi fatti al Gruppo dei quali era un instancabile promotore.
Forse il più bello scherzo, sempre di sua iniziativa, è stato quello di versare un po' di olio sotto il motore della nuovissima auto appena acquistata da Giovannino e della quale, al Circolo Ufficiali di Rimini, tutto orgoglioso ci stava illustrando le prestazioni e la goduria di poterla guidare. Gianni a un certo punto entra e si unisce a noi che ascoltavamo interessati, ma non senza un po' d'invidia e, con fare sornione, chiede di chi sia quell'auto nuova fiammante e se il suo proprietario si era accorto che c'era una perdita d'olio sotto il motore di quel nuovo gioiello.
Usciamo tutti dal Circolo ed ovviamente, nessuno di noi da una mano a Giovannino quando mette in moto il proprio amore nuovo fiammante e, contorcendosi tutto in avanti a sportello spalancato, con la mano destra preme sull'acceleratore e con tutti e due gli occhi ben aperti cerca disperatamente, ma inutilmente, di vedere da dove mai il motore stesse perdendo olio. Stavamo divertendoci da matti, pregustando la bevuta che Giovannino, dopo averci coperti di parolacce ed epiteti irriferibili da buon toscanaccio qual era, ci avrebbe offerto; felice per lo scampato pericolo di dover ammettere che aveva comperato una specie di gabinetto su quattro ruote.
Eravamo stati diversi anni noi due alla 243a Squadriglia del 101°, poi io ero stato trasferito per due anni in Accademia e, quando sono arrivato al 20°, Gianni è stato il primo a corrermi incontro esclamando: "Che bello, Marcello, tornare a volare assieme a te!".
Assieme a me ha compiuto il Suo ultimo volo, ed io gli devo la vita.
Trascrivo la motivazione della Sua medaglia d'argento al Valor Aeronautico:
"Pilota Istruttore di provata capacità, nel corso di un volo di addestramento, resosi conto dell'impossibilità di mantenere il controllo del velivolo, che precipitava per grave avaria tecnica, ordinava all'Allievo Istruttore di lanciarsi con il paracadute e rimaneva consapevolmente al proprio posto per garantire la sicurezza del lancio, che in effetti si concludeva positivamente. Tale generoso comportamento pregiudicava irrimediabilmente le sue possibilità dì salvezza.
Lucido esempio di ferma dedizione al dovere fino al sacrificio e di profonda partecipazione al codice morale degli Istruttori di volo.
"

 
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