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Maria della Manna

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L'Affondamento del Motoveliero "Maria della Manna", Ex. Affondamine Ausiliario M.15

Ten. Mirko Berni
[guarda il video, girato dal Ten. Berni]

La storia di questa piccola unità ci porta molto lontano, dal sud della Sicilia fino alla Germania per poi tornare sul punto del suo affondamento a circa 3 miglia nautiche a Sud del faro di Vada (LI).
Il nome della nave “Maria della Manna” ricorda sicuramente Santa Maria dell’Alemanna o Santa Maria degli Alemanni, diventata patrona di Gela verso il 1650, in seguito ad un a bolla papale di Urbano VIII. Infatti, l’icona della Madonna venerata come patrona di Gela in provincia di Caltanissetta fu portata in quella città dai Cavalieri dell’Ordine Teutonico e, secondo la testimonianza dell’abate Rocco Pirro, il culto a Maria Santissima D’Alemanna trasse la sua origine proprio da questi cavalieri di origine tedesca, che dal 1197 si stabilirono anche in Sicilia, al seguito di Enrico VI Hohenstaufen (protettore dell’ordine), imperatore della casa di Svevia dal 1190 e re di Sicilia dal 1194.
Il veliero – goletta (cioè a due alberi) fu impostata intorno al 1890 dalla Ditta Grosso di Riposto(CT) e varato nel 1894. Il primo armatore fu Carmelo Tandurella di Porto Empedocle (AG). Lunga solo 20,35 metri per 5,16 di larghezza aveva una stazza di 49 tonnellate. Con il 1900 passa di proprietà ad Angelo Caradonna di Gela che la iscrisse al Compartimento Marittimo di Porto Empedocle, con matricola n.776.  Nel 1939 viene acquistata dagli armatori Carmelo Di Bartolo e Rosario Sciascia sempre di Gela. Dei due sarà proprio Carmelo Di Bartolo il Comandante del “Maria della Manna” al momento del naufragio.
Per comprendere appieno le cause del suo affondamento è indispensabile partire dalla data del 10 Giugno 1940, anno dell’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. In quel periodo la Regia Marina disponeva di circa 25.000 mine subacquee pronte all’impiego e distribuite presso le principali basi navali. Circa il 70% del quantitativo Italiano era costituito da armi di tipo moderno, denominate “Elia”, “P200” e “Bollo” mentre la rimanenza consisteva in mine subacquee antiquate, risalenti alla Prima Guerra Mondiale. Nel periodo che va dal Giugno 1940 al settembre del 1943 furono posate da unità italiane 49.796 mine di cui 12.224 fornite dalla Germania a partire dalla primavera del 1941. Le tipologie di mine tedesche maggiormente utilizzate sulle unità italiane furono le E.M.C. con carica da 300 Kilogrammi ad ancoramento sul fondo e attivazione a contatto, e le E.M.F con carica da 380 kilogrammi ad ancoramento sul fondo e attivazione magnetica. Delle poco meno di 50.000 mine subacquee posate, il 42% aveva lo scopo di costituire uno sbarramento difensivo nelle acque nazionali. Tra l’8 Settembre 1943 e l’8 Maggio 1945 i tedeschi posero molte altre mine subacquee a copertura della ritirata.
Il contesto bellico aveva obbligato, dapprima italiani e tedeschi e successivamente solo i tedeschi, ad attuare scelte strategiche per garantirsi il controllo del tratto di mare che si estende a ovest di Livorno. Il tratto di mare tra Gorgona e Livorno è infatti di sole 25 miglia e costituisce un passaggio obbligato ideale per l’utilizzo di tali ordigni. Da terra le numerose batterie costiere avevano facilmente il controllo, mentre dal mare i campi minati avrebbero creato le situazioni ideali per attacchi con siluranti e sommergibili, mezzi che i tedeschi avrebbero potuto concentrare senza l’ausilio della Regia Marina. Con Capraia come punto intermedio tra la Corsica e Gorgona e l’Elba poco più a sud, i convogli di rifornimenti che navigavano da nord a sud erano obbligati a rotte precise e facilmente controllabili da terra e da mare.
Infatti in questo tatto di mare erano stati posizionati migliaia di ordigni che, legati a carrelli, si ancoravano sul fondale restando di poco sotto la superficie. Con la fine della guerra cosa ne è stato di quell’enorme distesa di armi subacquee? Molte delle mine subacquee furono recuperate nei mesi successivi al Maggio del 1945 dall'incessante azione dei dragamine, ma molte altre finirono alla deriva, prive di ogni controllo in balia delle correnti, insidiose e letali.

Proprio per questi motivi durante tutto il conflitto fu fatto largo impiego di navi civili. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce la Goletta dragamine M.15. I Dati della Regia Marina ci ricordano che furono requisite un totale di 2.207 imbarcazioni tra rimorchiatori, motopescherecci e trasporti costieri, allestiti come mezzi ausiliari e quindi requisiti dalla Regia Marina utilizzati in attività di dragaggio o vedetta, disimpegnando così le unità più importanti.

Il “Maria SS dell’Alemanna” venne requisito il 19 Aprile 1942 nel porto di Catania e iscritto al ruolo di naviglio ausiliario con impiego di Affondamine e sigla M.15 (dove la sigla “M” stava per Minenleger in tedesco, “Posamine”).
Il 2 Dicembre 1943, pochi mesi dopo lo sbarco degli alleati, la nave venne derequisita e restituita ai legittimi proprietari. Nel periodo tra l’Aprile 1942 e Dicembre 1943, la nave si occupò di affondare le mine posizionate dagli inglesi per bloccare il transito dei convogli diretti verso le coste dell’Africa. Nonostante le difficoltà, la stazza della goletta da carico se paragonata alla mole degli ordigni subacquei e le scarse attrezzature di bordo, il “Maria SS dell’Alemanna” riuscì a svolgere il compito in maniera eccellente, per poi riprendere l’attività di trasporto merci per conto dei suoi armatori. Ed è proprio quando la guerra era finita che accade il fatto.
Il 18 Novembre 1945 la nave salpa da Carrara carica di marmo con destinazione Messina. Il carico dichiarato sul registro di imbarco è di sette tonnellate di marmo. Alle ore 16.00 circa, poco più a sud delle Secche di Vada, incontra un ordigno bellico alla deriva, molto probabilmente, e qui il condizionale è d’obbligo, uno degli ultimi posizionati a sud di Capraia nel ’44 dalle torpediniere TA23 (ex Impavido), TA26 (ex Ardito) e TA29 (ex Eridano) requisite dai tedeschi e operative in zona il 24 Aprile 1945 con il compito di allestire un campo minato per ostacolare l’avanzata degli alleati.
La mina alla deriva non più ancorata al fondo si avvicina lentamente, ma inesorabile, probabilmente irriconoscibile a occhio perché ricoperta da reti da pesca che l’avevano avvolta. Considerato la poca manovrabilità della Goletta a pieno carico, è facile intuire cosa possa essere accaduto in pochissimo tempo.
A bordo della “Maria SS dell’Alemanna” tutto procede tranquillamente. L’equipaggio composto da un totale di sei uomini è indaffarato nelle faccende di routine, eccetto il Nostromo Antonino Aliotta detto Rocco di anni 63 che riposa in branda.
Tra i membri dell’equipaggio le cronache (Pubblicazione “IL TIRRENO” del 21 settembre 1945) ricordano Dal Nofrio di Porto Empedocle, Giuseppe Mazzella da poco imbarcato come motorista e Rocco e Francesco Pellegrini, che assieme al Capitano Marittimo Carmelo di Bartolo, erano nativi di Vega, sempre in provincia di Caltanissetta.
C’è chi si occupa della navigazione, chi controlla che il carico di 7 tonnellate di marmo fosse ben assicurato e chi svolgeva piccole mansioni in cucina.
La deflagrazione che consegue all’impatto con l’ordigno è enorme, tanto che sia il botto, sia la nube di fumo e polvere, viene udito e avvistato da Bruno Tonino Boncini, che casualmente osservava dalla spiaggia di Cecina il veliero in navigazione.
Immediatamente il Boncini, pur con nel cuore la paura dei recenti fatti bellici, si precipita a denunciare al Maresciallo di Finanza Giuseppe Aleandri, comandante della delegazione di spiaggia di Cecina, quanto aveva appena visto.
Il Maresciallo Aleandri non perde tempo e raduna una manciata di volontari per prestare i primi soccorsi.
Dal porticciolo di pescatori di Cecina salpa la motobarca “Cormorano”, con a bordo i propietari Mario e Delfo Pietri assieme agli aiutanti Giacinto Pellegrini, Ilio Marinai, Pietrino Lombardi, Angiolino Fioretti, Franco Capuano e Tonino Bonciano.
In pochi secondi della “Maria SS dell’Alemanna” non restano che le briciole di legno e il carico di marmo adagiato sul fondo del mare. Nella tragedia perdono la vita tutti i membri dell’equipaggio, escluso Aliotta detto Rocco che, scampato alla morte, viene recuperato dopo qualche ora di ricerche da parte dei soccorritori in una chiazza d’olio, semi annegato e aggrappato a un pezzo di legno.
La struttura in legno, non più visibile in acqua, offriva poco riparo nei confronti di un ordigno progettato per affondare navi ben più grandi.
Escluso il grosso del carico la caldaia e le ancore, l’esplosione ha scagliato ovunque di tutto, anche pezzi di marmo, spargendoli nei dintorni.
I molti kilogrammi di tritolo dell’ordigno hanno letteralmente disintegrato la struttura. La prua, o meglio quello che ne rimane, è costituita oggi dagli occhi di cubia con dentro le catene che filano adagiate sul fondo collegandosi alle due grosse ancore; tipiche ed inconfondibili dei dragamine dell’epoca ed identiche a quelle riportate in fotografia ( archivio storico MM).
Il mare non ha mai restituito i corpi delle vittime.
Per una crudele nemesi storica la Maria della Manna che, durante tutto il periodo della sua requisizione, aveva “affondato” mine subacquee, affonda a sua volta proprio a causa di una mina subacquea.
Non ci sono foto o disegni della Maria della Manna, si puo’ solo osservare qualche foto similare.
Laggiù a 25 metri di profondità ora regna la calma assoluta; troverete lamiere contorte e reti da pesca incagliate mentre nel punto d’affondamento vedrete lastre di marmo lisce, come anonime e silenziose tombe di chi qui la sorte decise di fermarne l’esistenza e che noi possiamo solo ricordare. Troverete anche la ricchezza della vita marina che sempre qui ha costruito la sua casa, quasi a significare quell’alternanza eterna tra la vita e la morte.

Ecco il video girato dal Ten. Berni


 
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