Manfredo Fanti - UNUCI Firenze

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Manfredo Fanti

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Il monumento al Generale Manfredo Fanti

Ten. (ca) Renato Maccanti

Al centro del giardinetto di Piazza San Marco in Firenze, c'è una statua in bronzo raffigurante un ufficiale in uniforme ottocentesca
con sciabola e mantello, con il volto rivolto verso via degli Arazzieri; la statua poggia su di un alto basamento in pietra. Sul frontespizio di tale basamento si legge:

Manfredo Fanti
nato a Carpi il 25 febbraio 1806
per amore della libertà
esule nel MOCCCXXXI
Apprese in Spagna
le arti della milizia
e nelle Guerre d'Italia
Generale d'Armata
affrettò col Valore e col senno
l'indipendenza e l'unità della Patria
Morì a Firenze i15 Aprile 1865

E' il monumento eretto nel 1873 dalla città, ad opera dello scultore Pio Fedi, a ricordo del Generale Manfredo Fanti.
Manfredo Fanti a 18 anni (era nato nel 1806) entrò alla scuola dei cadetti Pionieri di Modena dove si laureò.
A Modena, il Granduca Francesco IV regnava in modo dispotico ed anche l'animo del giovane Fanti era acceso dal patriottismo e permeato dall'aspirazione di libertà per la propria terra. Manfredo aveva fatto lega con l'industriale di Carpi Ciro Menotti che già aveva subito la prigione con l'accusa di appartenere alla carboneria: il Menotti ed i suoi seguaci avevano fissato l'inizio del moto rivoluzionario, che nei loro intenti avrebbe dovuto condurre alla caduta di Francesco IV, per i15 febbraio 1831; la mattina del 3 la polizia arrestò alcuni capi della congiura e li espulse dal granducato. In casa Menotti si erano riuniti circa quaranta uomini compreso Manfredo Fanti e quando i soldati bussarono alla porta i congiurati aprirono il fuoco ma le cannonate dell'esercito ducale misero ben presto fine alla resistenza dei patrioti: il Fanti venne fatto prigioniero ed incarcerato nella cittadella di Modena. La rivolta comunque non era stata liquidata e gli Austriaci si rifiutavano di mandare truppe senza l'esplicito consenso di Vienna: il Duca, saputolo, fuggì (portandosi dietro come ostaggio Ciro Menotti) e Manfredo Fanti poté essere liberato.
Le conoscenze militari di Manfredo si sarebbero presto rivelate preziose per le truppe che gli insorti avevano radunato per resistere all'invasione austriaca.
Non appena la notizia della riuscita insurrezione si propagò, anche Parma e le Legazioni Pontificie insorsero: un'assemblea di "notabili" delle province insorte (Emilia, Romagna, Marche) fu convocata a Bologna che aveva assunto funzione di capitale. Essi decisero un governo "delle provincie unite italiane" ma nessuna azione decisiva fu compiuta; i loro occhi erano puntati su Parigi nella speranza che la Francia impedisse l'intervento dell'Austria: ma la Francia, minacciata dal Cancelliere austriaco Metternich, non si mosse ed il 25 febbraio 1831 una colonna austriaca passò il Po verso Parma, mentre un'altra muoveva su Modena; il 6 marzo gli Austriaci avevano occupato Ferrara; il 20 ripresero la marcia calando su Bologna. Il generale Zucchi, postosi a capo dell'Esercito delle Province Italiche fece trasferire il governo ad Ancona e condusse la sua colonna fino a Rimini.
Manfredo Fanti nel frattempo era stato fatto Capitano ed inquadrato nelle truppe emiliano romagnole che si scontrarono con gli Austriaci presso Rimini nel tentativo di fermarne la marcia: il tentativo fallì e gli insorti dovettero ripiegare su Ancona per poi disperdersi e riparare in Paesi stranieri. Il 9 marzo Francesco IV rientrò a Modena al seguito delle truppe austriache. Manfredo Fanti riuscì ad imbarcarsi sopra un trabaccolo per Marsiglia ove trovò asilo.
Nel processo contro gli insorti, la cui sentenza fu emessa solo nel 1839, Manfredo fu condannato a morte per "sospensione sulla forca da eseguirsi, stante la contumacia, in effigie".
In Francia, tramite il celebre matematico Arago, ottenne di essere addetto ai lavori di costruzione del forte "Bratteau", nei pressi di Lione, fino al 1834. Nel 1835 si recò in Spagna dove era in corso la lotta fra liberali ed assolutisti: egli sentiva il bisogno di mettere la sua spada e la sua mente al servizio dei patrioti costituzionali (cioè dei seguaci della Regina Cristina che erano in contrapposizione con quelli di Re Carlo che sostenevano l'assolutismo monarchico) così come aveva fatto quattro anni prima partecipando alla congiura di Ciro Menotti.
Inizialmente venne accolto con diffidenza e non riuscì ad entrare nell' esercito spagnolo; stabilitosi a Barcellona occupò il suo tempo disegnando i progetti per una forte posizione militare esistente vicino alla città; i risultati del suo studio vennero a conoscenza del governo spagnolo che, apprezzandoli, lo nominò tenente in uno dei battaglioni franchi destinandolo ai lavori di fortificazione del campo trincerato di Barcellona. Nel marzo 1836 Fanti si battè per la difesa di queste fortificazioni: per i servigi resi fu ammesso ai Cacciatori di Oporto comandati dal genovese Borso di Carminati ed i cui componenti annoveravano i più bei nomi delle guerre italiche come Cialdini, Cucchiai, Fabrizi, i fratelli Durando. Per il suo comportamento valoroso nel 1839 gli fu proposto il passaggio nell' esercito regolare retrocendolo però a sottotenente. La continuazione della guerra gli dette occasione non solo di riconquistare i gradi perduti ma di progredire tanto che fu passato al Corpo di Stato Maggiore con il grado di colonnello. Si era giunti così al 1848.

Ben presto i governi europei dovettero prendere atto che la rivoluzione dopo aver trionfato in Francia si estendeva a mezza Europa, Vienna compresa. Nel febbraio del 1848 le masse parigine salirono sulle barricate, Luigi Filippo riparò in Inghilterra, i rivoltosi proclamarono la Repubblica. A Vienna un gruppo di intellettuali chiedeva mutamenti. Metternich si dimise; con lui finì un "sistema".
Anche l'Italia prese fuoco: Venezia insorse, in Toscana il Granduca fu costretto ad accordare la costituzione che venne richiesta anche dai Piemontesi.
A Milano i milanesi insorsero. Piemonte e Liguria erano in fiamme.
Carlo Alberto il 24 marzo 1848 lanciò un proclama nel quale, fra l'altro, si affermava che "Le nostre armi vengono ora a porgervi quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, l'amico dall'amico". Fu questo il momento in cui Manfredo Fanti abbandonò la sua posizione militare in Spagna e con essa la moglie ed il prestigio acqui-stato, e si diresse a Milano dove, superate le iniziali diffidenze degli insorti, fu posto a capo di una delle brigate lombarde del generale Perrone.
La prima guerra dell'indipendenza italiana finì male: le truppe piemontesi e quelle lombarde dovettero ripassare il Ticino, e con esse Manfredo Fanti.
Tali truppe dopo essere state riorganizzate furono incorporate nell'esercito del Regno di Sardegna: il Fanti, ebbe il grado di Generale di Brigata.
Nel 1849 la guerra con l'Austria riprese: alla divisione lombarda comandata dal generale Ramorino fu assegnato il compito di impadronirsi di Pavia: di fatto l'esercito austriaco sboccò da Pavia senza incontrare resistenza ed assalì l'esercito piemontese presso Novara: Ramorino venne sostituito da Manfredo Fanti; i piemontesi ven-nero sconfitti a Novara e la divisione Lombarda venne sciolta. Il Generale Alfonso La Marmora nel 1855 volle che il Fanti prendesse parte alla spedizione di Crimea quale comandante di una delle Brigate piemontesi. Nel 1859 fu promosso Luogotenente Generale e posto al comando di una divisione. Con essa partecipò a diversi combattimenti e nella giornata di Magenta la divisione assicurò la copertura del fianco sinistro della divisione francese di Mac Mahon partecipando poi all'attacco di Magenta stessa. Altrettanto valore la Divisione lo dimostrò nella battaglia di San Martino (24 giugno 1859) quando le due brigare della divisione Fanti decisero l'esito della battaglia.
Nel gennaio del 1860 fu chiamato a partecipare al ministero Cavour, successo a quello diretto da Rattazzi, quale Ministro della Guerra: Cavour preparava l'annessione al Regno di Sardegna dell'Emilia e della Toscana e quindi al Fanti toccò il compito di compiere la fusione delle truppe dell'Italia centrale con quelle dell'esercito piemontese e di preparare un ordinamento per un esercito che ormai poteva dirsi Italiano. Nel frattempo avveniva la spedizione di Garibaldi in Sicilia, la liberazione dell'isola, la marcia dei garibaldini verso Napoli. L'esercito italiano intervenne: la spedizione fu posta al comando del Generale Fanti e la caduta di Gaeta pose fine alla guerra.
Rimaneva ora il compito, per Manfredo Fanti ministro della guerra, più impegnativo: quello del riordino completo del neo Esercito italiano. Si trattava di creare prima di tutto i quadri ufficiali e poi provvedere alla fusione dell' esercito regolare che si era formato attorno al nucleo di quello piemontese, con gli elementi raccolti dal-le province annesse, con quelli provenienti dalle truppe Lombarde, con quelli provenienti dall'esercito napoletano e con quelli dell'esercito garibaldino raccolto fra il popolo, orgoglioso dei suoi trionfi e male avvezzo alla disciplina militare.
Il problema dei quadri Manfredo Fanti lo risolse istituendo, su incarico preciso del Cavour, l'Accademia Militare di Modena, cioè la scuola di formazione per gli Ufficiali dell'Esercito Italiano in Servizio Permanente Effettivo. Quello della fusione dei vari eserciti delle regioni annesse lo risolse ripartendo le truppe della leva più giovane tra i corpi dell'Esercito italiano ed ammettendovi anche gli Ufficiali salvo l'esame dei loro titoli e della loro idoneità. Per i volontari garibaldini Manfredo Fanti creò un "Corpo dei Volontari Italiani" che avrebbe dovuto comprendere gli elementi garibaldini che volevano rimanere in servizio. In periodo di pace però, sempre secondo le direttive di Manfredo Fanti, il servizio di questo corpo di volontari doveva essere temporaneo, avere carattere di sola istruzione e dipendere dai comandi superiori dell'Esercito regolare. Quest'ultimo concetto sollevò il malcontento dei volontari di cui si fece interprete lo stesso Garibaldi in parlamento, Manfredo Fanti fu attaccato duramente dai suoi avversari politici e la morte di Cavour lo privò del suo sostegno.
Fanti, stanco e sofferente di salute, mosso dalle incerte condizioni parlamentari in cui si era venuto a trovare, il 9 giugno 1861 rassegnò al Re le sue dimissioni da ministro della guerra.
Da allora in poi le sue condizioni di salute peggiorarono: fu incaricato del Comando del Dipartimento Militare di Firenze, poi, allontanandosi a poco a poco dalla vita pubblica, si spense a Firenze il 5 aprile 1865. Il monumento a lui eretto in Piazza San Marco dimostra quale fosse la stima da cui era circondata la memoria del Ge-nerale Manfredo Fanti.


 
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