Lockheed P38 - UNUCI Firenze

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Lockheed P38

Attività > Cultura > Briciole di storia

Proprio una bella storia quella che Dino Begliomini, titolare del Centro Sub di Cecina, e sua figlia Sara hanno voluto condividere con il sottoscritto e il noto giornalista subacqueo Stefano Ruia, affinchè potesse essere ricordata da tutti gli appassionati della seconda guerra mondiale. Questa è l’avventura di un grande pilota: il Luogotenente Devid Toomey, matricola 0-746464 appartenente alla Maap ( Mediterranenan Allied Air Force), 12° Air Force (armata), 90°Photo Recon Wing, 3° Photo Group (raggruppamento), 12°Photo Recon Squadron (squadriglia). Le carte ci ricordano che il primo comandante del 90°Photo Recon Wing fù Elliot Roosvevelt, figlio del presidente degli Stati Uniti. Il motto del 3° Photo Group (raggruppamento) era “Alone, unarmed, and unafraid.” che tradotto è “ solo, senza armi e senza paura”, ma in effetti lo stesso Toomey nella sua pubblicazione “Tall Tales and vapor rails” racconta come, - non avendo altre armi che la pistola nella fondina - la paura fosse la salvezza del pilota da ricognizione, unita alla elevata velocità del mezzo.
Al luogotenete Toomey era stato assegnato l’aereo che da ragazzo aveva sempre sognato di pilotare un P-38 con il nome di battaglia “Duckypoo”.  Duckypoo era un vezzeggiativo con cui il caposquadra di Toomey chiamava la propria moglie, ma in realtà era un ottimo P-38 tipo F4 – la prima versione da ricognizione. Era l’aeroplano più vecchio della squadriglia e derivava da un P-38F, i meno potenti motori Allison iniziali erano stati sostituiti con due ultrapotenti Allison V-1710-89/91 da 1425 HP al decollo e 1240 HP a 7630 m di altitudine.


Nel Giugno del 1944, Toomey compì con Duckypoo una difficile missione, la trentacinquesima, per la quale il comando gli diede ben tre giorni per pianificarla, contro le 24 ore consuete. Partì da Tarquinia, passò vicino all’Isola del Giglio, poi frà l’Elba e Piombino, per entrare in territorio nemico frà Cecina e il fiume omonimo. Da qui si diresse verso Volterra, Firenze e riuscì a fotografare la riva sinistra del fiume Arno fino a Pisa. Tutta la missione fù svolta navigando a bassa quota (500m slm ) con risultati eccezionali. Nella stessa settimana, il comando chiese a Toomey di ripetere la pericolosa missione con il suo ricognitore per ottenere altre fotografie delle linee nemiche. Questa volta però venne chiesto a Toomey di sorvolare la riva destra del fiume Arno spingendosi quasi fino a Lucca. Così seguendo il motto “ Squadra che vince non si cambia”, il pilota statunitense decise di ripetere la prima parte del volo, fino in prossimità di Firenze.
Il 27 Giugno del 1944 perciò il pilota ripartì da Tarquinia, volò basso fino all’Isola del Giglio passando frà l’Elba e Piombino per poi accostare verso Cecina ed entrare nella spiaggia verso le ore 10 di mattina. Ma questa volta noto che il paesaggio era cambiato….su di un prato c’era una fila di pali verticali mimetizzati che la volta precedente non era lì…In realtà si trattava dell’artiglieria Tedesca, che aveva occupato la zona per coprire la ritirata verso Nord. Infatti, in zona, l’avanzata degli alleati era preceduta da quella partigiana della 3° Brigata Garibaldi, che arrivò a Piombino e Campiglia Marittima il 25 Giugno, a Suvereto il 26, a San Vincenzo, Sassetta e Castagneto Carducci il 27.  Quindi l’aereo del Luogotente Toomey fù colto di sorpresa e immerso in una nuvola di colpi da 20 millimetri. Una scheggia lo ferì di striscio all’occhio destro perforando il plexyglass del tettuccio e l’abitacolo si invase di fumo nero, segno che un motore (probabilmente il destro) aveva preso fuoco. Toomey apri il tettuccio per guadagnare visibilità, e immediatamente virò per ritornare verso la costa, con l’obbiettivo di ammarare vicino all’Isola d’Elba e a nuoto arrivare in territorio amico. Ma Duckypoo colpito anche nell’altro motore scendeva inesorabilmente verso il mare, Toomey lo mise in diagonale rispetto alle onde tirando a se il volantino e riuscendo a farlo ammarare dolcemente. L’impatto fu saltellante, sei sette volte frà una cresta e l’altra poi la discesa verso il fondo del mare. Toomey si liberò della cintura e dei cinghiaggi del paracadute e gonfiò il suo Mae West ( il giubbino di salvataggio da cui derivano i nostri giubbetti subacquei ). Lentamente riemerse, si guardò intorno aspettando che qualcuno, amico o nemico che fosse, lo andasse a prendere, ma passò quasi un’ora senza che una barca si avvicinasse. Toomey capì che nessuno lo aveva visto cadere, quindi, doveva andare a riva a nuoto. Nel tardo pomeriggio il vento contrario si placò e il pilota nuotando si avvicinò alla zona dei frangenti. Stremato rimase sulla spiaggia a faccia in giù trascinato dall’acqua sulla spiaggia per ore. Infine, a forza di braccia si portò più su e rimase - stremato - ad asciugarsi al tepore del sole. Quando riaprì gli occhi era quasi asciutto ed il sole era basso sull’orizzonte.
A questo punto divenne importante che i tedeschi non lo prendessero, doveva guadagnare tempo. La risalita del fronte lo avrebbe presto messo in grado di ricongiungersi alla Quinta Armata. In piena notte superò alcune postazioni tedesche deserte, poi trovò il fiume cecina e si diresse verso le montagne. Anche se in principio era diffidente verso la popolazione italiana, come da istruzioni del comando alleato, la sua fortuna fù quella di incontrare i partigiani di Guardistallo, che con l’aiuto dei contadini del luogo, per quattro giorni lo nascosero ai tedeschi. Soprattutto egli ricordava un tale Ruggero Tarchi, nome di battaglia “Cinghiale”, del gruppo Otello Gattoli. In fine il 1°Luglio un gruppo di carri Sherman alleati occupò l’area e Toomey potè rientrare alla base dove gli fu assegnato un altro P-38. Nel 1976 Tommey tornò a Guardistallo per incontrare alcuni ex-partigiani e perché sentiva un legame particolare con l’Italia; ma anche per riportare in USA il suo Dukypoo che giaceva da qualche parte in fondo al mare.
Proprio nel periodo in cui Toomey era con i partigiani di Guardistallo, precisamente la notte frà il 28 ed il 29 Giugno avvenne uno scontro a fuoco di circa un’ora frà i partigiani del distaccamento Otello Gattoli ed i tedeschi in ritirata. I soldati tedeschi, pochi minuti dopo l’inizio del combattimento, irruppero nelle case coloniche più vicine, uccidendo gli occupanti; operarono un rastrellamento nei poderi adiacenti, separarono gli uomini dalle donne e portati in uno spiazzo li passarono per le armi. Complessivamente furono uccisi 11 partigiani (compresi quelli caduti in combattimento) e 46 civili. L’episodio suscitò molti problemi ai partigiani (parte della popolazione li ritenne responsabili per aver attaccato i tedeschi in ritirata). Soprattutto creò problemi etici a Toomey, che raccontò di una taglia messa sulla sua testa (e quella di altri militari alleati) e ipotizzò quindi che l’eccidio di Guardistallo fosse una vendetta per la sua protezione. Tanto da fargli scrivere: “Ritengo che il prezzo pagato dal popolo Italiano sia molto più significativo del mio modesto contributo alla seconda guerra mondiale”. Tuttavia sul completo libro-inchiesta commissariato degli enti Istituzionali allo storico Prof. Paolo Pezzino (cit. Anatomia di un Massacro, Il Mulino ) dal quale sono stati tratte le informazioni sopra riportate non si fa alcun riferimento a Toomey. Di certo sappiamo che tutti gli anni fino a quado è stato in vita Toomey egli ha sempre inviato per la commemorazione della strage una corona di fiori a ricordarne i caduti.  
In seguito due subacquei professionisti Americani specializzati in recupero relitti, Bill e Gary Peters, decisero di procedere al ritrovamento dell’aereo. Acquisirono, a quanto pare, i diritti di recupero dall’Aeronautica statunitense; partendo successivamente a Luglio del 2000 per l’Italia insieme a Toomey . A Cecina si rivolse a Paolo Spinelli e a Dino Belluomini ma entrambe sapevano molto bene che trovare un aereo nel mare e come trovare un “ago in un pagliaio” e tutte le ricerche furono vane.
Su questa storia calò il silenzio fino a novembre del 2009 quado “Air & Space”, rivista di aereonautica dello Smithsonian Institute, pubblicò un articolo su Toomey e Dukypoo. A dicembre, quindi, alle porte del Diving di Cecina bussa Maurizio Gunelli, allora giornalista della rivista “Volare” che aveva letto l’articolo su “Air & Space” e che era entrato in contatto con Toomey, spiegando che il pilota – oramai a metà strada frà gli 80 ed i 90 anni – aveva manifestato il desiderio di rivedere Dukypoo. Così Dino Belluomini senza promettere niente sulla tempistica si mise a verificare alcune “afferrature” segnalate in zona dai pescatori.
Una di queste “afferrature” corrispondeva alla sagoma di un aereo affossato nella sabbia. Cosi Dino mandò a Toomey qualche immagine del relitto e il pilota americano confermò che era il suo aereo, congratulandosi con il Diving. Tuttavia con il passare dei mesi Dino non ha saputo più nulla. Purtroppo, il male incurabile, che aveva colpito Toomey diversi anni prima aveva fatto il suo corso, portando il pilota a volare nel cielo più alto. Dino e Sara quindi si sono rivolti al sottoscritto e a Stefano affinche questa bella storia non cadesse dimenticata coronandola con una bellissima immersione subacquea sul relitto.
Dukypoo si trova, in stato apparentemente intatto, a una profondità accessibile a tutti. Appena inizia la discesa si intravede la forma dell’aereoplano. Non ci sono dubbi : è un P38! La gondola centrale con la carlinga emerge dalla sabbia come pure il motore di sinistra, con una pala dell’elica che staglia verso la superfice. L’ala di sinistra corre verso fuori. Il motore di destra sembra essersi staccato, probabilmente è quello che ha preso fuoco. Intorno c’è qualche rete rimasta impigliata ma non dà fastidio. Il cofano del motore di sinistra è aperto e si vedono i 12 cilindri a V del potente motore Allison. Andando verso la coda emerge dalla sabbia uno dei due piani verticali. Ci sono molti fori di contraerea da 20 mm. Ma la nostra attenzione viene catturata dalla gondola centrale, dove sedeva Toomey e dove oggi notano molti saraghi fasciati. Non ci sono mitragliatrici, nè i loro supporti. Non c’è dubbio: si tratta di un ricognitore; non può essere altro che Duckypoo. A confermare le nostre certezze la targhetta ancora leggibile sul quadro comandi. Sulla sinistra del cruscotto c’è una bottiglia. Peccato non poter chiedere a Toomey se la teneva in aereo oppure se è estranea al relitto. Mentre saliamo verso la superfice i pensieri corrono veloci e la fantasia si intreccia alle immagini che ancora ci passano davanti. Sarebbe bello recuperare il relitto e portarlo in America, come desiderava Toomey, ma forse è meglio che, soprattutto ora che il suo pilota non c’è più, Dackypoo continui a “riposare in pace” qui dove il fuoco tedesco lo ha costretto a fermarsi. Sempre che la coscienza dei subacquei italiani sia disposta a farlo riposare in vera “pace”.


Estratto dell’articolo uscito sulla rivista mensile “ il Subacqueo” Agosto 2015.


Video di Dukypoo girato dal Ten. Berni Mirko su Duckypoo: https://youtu.be/jEtp_xdjCtE
La storia raccontata dal Lgt. David Toomey: https://youtu.be/NCqxuPSTaXw

    

 
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