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La via italiana

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La "via italiana" - radici di una diversità

Dalla RIVISTA MILITARE n. 3/2012

L'articolo propone una chiave di lettura della «via italiana» alle operazioni militari ricercando le radici che ne sottendono la peculiarità (per cui: non cosa facciamo, ma perché lo facciamo). È un'analisi storico-religiosa, che tende a portare lustro al nostro operato, evidenziando le nostre origini e la nostra «originalità» della quale dobbiamo essere fieri in quanto «unica» e che va trattata alla stregua di un moltiplicatore di forza: in sintesi una sorta di benefit congenito del nostro essere italiani.

Che esista una «via italiana» alle operazioni militari è un fatto noto, così come altrettanto noti e riconosciuti a livello internazionale sono i successi che essa ci ha permesso di raggiungere (anticipando pragmaticamente ciò che poi altri Paesi hanno tradotto o stanno traducendo in teoria e dottrina: basti pensare alla sfera del  comprehensive holistic systemic approach). Prendendo le mosse da questo assunto, scopo dello scritto è proporre una chiave di lettura inerente alla condotta dei militari italiani, ovvero, più specificatamente, cercare di evidenziare le ragioni che ne sottendono la peculiarità comportamentale.
Sulle missioni italiane si è già scritto molto, ma, forse, non sono state approfondite le ragioni che rendono 1'operato dei soldati italiani unico al mondo. Infatti, si è descritto molto di come essi si comportino e cosa facciano, ma non perché agiscano in modo peculiare. Il perché, al quale si tenterà di dare risposta, non è connesso con gli scopi che il nostro Stato si prefigge in ambito internazionale (è di relativa importanza che si stia trattando di War o Military Operations Other Than War), è un perché più profondo legato al nostro comportamento sociale, alla nostra storia, alla nostra cultura e alla nostra religione. Non ci si limiterà, di conseguenza, alla mistica speculazione di Angelo Silesio: «La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce, di sé non gliene cale, non chiede d’esser vista». Si proverà, in punta di piedi, ad andare oltre.


LA «VIA ITALIANA»

«Oggi siamo considerati a tutti gli effetti un grande Paese, non più come eravamo visti prima: un Paese fragile e disorganizzato, che aveva un Prodotto Interno Lordo elevato grazie all’operosità dei suoi abitanti». Le parole appena citate sono di Massimo D'Alema già Presidente del Consiglio dei Ministri, che riconosce i meriti del cambiamento italiano anche alle missioni di pace condotte dai nostri militari. Gli impegni internazionali ai quali abbiamo partecipato, unitamente alla professionalizzazione dell'Esercito, ci hanno fatto riacquistare quella stima e quel rispetto sociale che erano patrimonio nazionale fino ai funesti eventi della Seconda guerra mondiale. È pertanto evidente come le questioni militari non abbiano trovato larga eco da noi nell'immediato dopoguerra. Di conseguenza, il rinnovato interesse e l'ampio appoggio odierno per il mondo in uniforme sono una vera e propria panacea: i nostri soldati sanno di avere il proprio Paese alle spalle che li sostiene.

Le recenti missioni hanno ancora una volta evidenziato una tipicità tutta italiana. Essa era emersa anche nel corso delle campagne militari della Seconda guerra mondiale allorquando il Generale Robotti sosteneva che: «Si ammazza troppo poco» a cui faceva eco il Generale Roatta: «Non dente per dente, ma testa per dente». Anziché accomunarci ad altre condotte, come sembrerebbe a una prima e immediata lettura, ce ne discostano. Infatti, proprio l'invito-ordine ad «ammazzare di più» sottintende che i nostri militari facevano il loro dovere entro determinati limiti e che quanto ordinato dal Generale Robotti o dal Generale Roatta era evidentemente in contrasto con la coscienza propria delle truppe (perché ordinare, altrimenti, siffatte condotte se fossero state naturali?). Non va dimenticato, inoltre, che: «Anche i più duri ordini dei Comandi ponevano limitazioni alle rappresaglie, come il rispetto per donne e bambini».
Italiani brava gente? Sarà pure un luogo comune, un vecchio cliché e probabilmente alcuni storici non concorderanno, ma è plausibile sostenere che i militari italiani si comportino con grande rispetto, unico nei confronti delle popolazioni ove vengono inviati. La prima e più semplice ragione risiede nel fatto che per poter rispettare gli altri bisogna anzitutto saper rispettare se stessi, oltreché le regole e il Diritto in genere. Il rispetto nel mondo in grigio-verde è, in primis, «disciplina» e i nostri militari sono disciplinati. Prova ne è che non abbiamo alcun bisogno di istituire figure ad hoc responsabili, principalmente, della cura della disciplina. Questa caratteristica, di per sé, rappresenta già la base per operare correttamente e poco importa se si è impegnati in una operazione Art.5 o Non Art.5.

È importante, a questo punto, iniziare a delineare le ragioni che sottendono questa unicità. Una prima e attagliata risposta può trovare riscontro in un dibattito nel corso della presentazione del libro «Soldati», del Generale Fabio Mini. l militari italiani sono tra i migliori al mondo per il semplice motivo che sono uomini e donne di «cultura». Poiché il livello culturale (inteso anche quale riconoscimento scolastico) degli operatori delle Forze Armate italiane è tra i più elevati al mondo.


Di per sé, quindi, la cultura aiuta a capire gli altri e indirizza il nostro comportamento sia negli atteggiamenti di fermezza sia negli atteggiamenti di comprensione. Il che non significa essere remissivi o ancor peggio non saper combattere. La nostra cultura è insegnata nelle famiglie e nelle scuole, certo, ma soprattutto è acquisita vivendo in Italia, in virtù del suo immenso patrimonio storico-artistico. È proprio la cultura che ci fa comprendere come sia impossibile credere che stiamo vivendo nel famoso periodo dello «Scontro delle civiltà» di S. Huntington. Basti pensare alla missione in Kosovo, dove siamo intervenuti per aiutare una minoranza musulmana dalle violenze serbe e dove ci siamo distinti, dal 1999 in poi, per imparzialità promuovendo in ogni occasione il dialogo e operando nella difesa dei più deboli. La conquista dei cuori e delle menti (il motto delle operazioni psicologiche statunitensi è «capture their minds, and their hearts and souls will follow»), quale integrazione della «forza bruta», non abbisogna di particolari corsi o addestramento per noi, la consideriamo spontanea, i nostri soldati l’hanno sempre applicata, magari neppure sapendolo, con la normale condotta proprio perché essa fa già parte del nostro patrimonio.


LE RADICI DELLA «VIA ITALIANA»

Questa via, se così possiamo definirla, affonda le sue radici in una tipicità maturata nel corso della storia del nostro Paese, in particolar modo nella romanità, la prima radice, e nella religione Cristiana, la seconda. La grande forza del mondo romano risiedeva anzitutto in una sorta di capacità di autocritica: «Quando i Romani vennero per la prima volta in contatto con i Greci, si accorsero d'essere, in paragone, barbari e rozzi. I Greci erano troppo superiori sotto molti punti di vista .... In una parola, Roma fu culturalmente parassitaria rispetto alla Grecia».


Con queste parole il filosofo B. Russell ci spiega come la grandezza di Roma fu dovuta alla capacità di acquisire dagli altri, ritenuti «superiori», quanto di utile ci fosse, il che implica una notevole dose di rispetto. Rispetto che va unito a quello che è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi contributi lasciati dai Romani: il Diritto. Il rispetto e il Diritto, che uniti sono il «rispetto del Diritto», rappresentano una componente fondamentale anche dei militari italiani di oggi. Questo, sia perché abitiamo le terre dei nostri avi, elemento geografico da non sottovalutare mai, sia perché il modello romano, riconosciuta la sua inferiorità, ci ha gradatamente trasformato, quale elemento culturale, permettendoci di interiorizzare e far nostra la cultura degli antichi in virtù della propria condizione di «quasi» parvenu rispetto ai Greci. Le strabilianti vittorie militari e la conquista di un vasto impero non furono rese possibili solo da un apparato bellico efficiente (hard power), anche se le armi romane erano spesso inferiori a quelle usate dai nemici, ma soprattutto dalla capacità di trasformare con la concordia (eletta a divinità, in sintesi: spirito dell' armonia e unità dei cuori) diversi popoli in cittadini di un'unica Patria, in virtù del Diritto romano (soft power). Citando un famoso brano di Sallustio: «Ita brevi multitudo diversa atque vaga concordia civitas facta erat», Roma integrava la diversità e faceva dell'estraneo, del «barbaro», del nemico affrontato sui campi di battaglia, un cittadino della urbs aeterna! Quel patrimonio non era solo di Roma antica, è giunto fino ai giorni nostri: tra le più belle statue presenti sull' Altare della Patria spicca quella dedicata proprio alla Concordia. La concordia, l'humanitas e la pietas sono state le colonne portanti della romanità che hanno contribuito a formarci di pari passo con la seconda radice: il Cristianesimo.
Secondo Marta Sordi, compianta storica docente di romanità, tra le radici romane e quelle cristiane «non c'è contraddizione: c'è innesto ( .. .) Roma è già cattolica prima di diventare cristiana (. . .) cattolico vuoi dire universale, e l'antica Roma fu proprio questo, l'integrazione di ogni popolo entro il diritto universale». Peraltro, un elemento caratterizzante il Cristianesimo è il rispetto per le altre culture e religioni derivante dalle traduzioni dei testi antichi e dall' amore per la conoscenza del passato. I cristiani, basti pensare all'ininterrotta opera dei monaci, hanno tradotto molto, ma hanno mantenuto i testi originali per le future generazioni, dal momento che un testo «classico» sarà sempre una guida. Ciò perché un testo non tradotto, quindi, non «mediato», garantisce la possibilità di «un rinascimento, che è appunto il ritorno periodico dell'Occidente alle sue radici». Si è fatto riferimento a questi aspetti culturali perché, uniti al messaggio proprio del Cristo (un rivoluzionario messaggio di amore, fiducia e tolleranza) ci hanno permesso, nel corso dei secoli, di acquisire una sensibilità, nei confronti del prossimo e della sua cultura, del tutto unica. I nostri soldati assolvono i delicati compiti delle missioni internazionali straordinariamente bene anche in virtù di tale «vantaggio» (senza nulla togliere all' addestramento, alla preparazione fisica e alla formazione tecnico-specialistica).
Anche il Maresciallo d'Italia Giovanni Messe, sostenne: «Noi siamo generosi, noi poi in fondo non sappiamo odiare. La nostra anima è fatta così, perciò io ho sempre sostenuto che noi non siamo un popolo guerriero, un popolo guerriero odia».
Al contrario, proprio il profondo rispetto del Diritto e la centralità posta agli aspetti umani, ln qualsivoglia tipo di operazione o situazione, ci consentono di assolvere al meglio la missione assegnataci.


CONCLUSIONI

Tirando le somme di questa breve analisi, i nostri militari hanno peculiarità che li rendono particolarmente idonei a svolgere le missioni internazionali. La questione è che le caratteristiche che facilitano il nostro operato, permettendoci ad esempio un dialogo privilegiato con gli autoctoni, sono il frutto, come spiegato, di secoli di adattamenti che non si apprendono con corsi cultural awareness e, di fatto, non possono essere interiorizzati in tempi brevi.
Il nostro ruolo di «soldati» è sempre più proiettato in missioni all'estero, quali veri e propri ambasciatori e mediatori che ricorrono alle armi solo quando necessario, come eccezione e non regola e che svolgono il proprio dovere anzitutto cercando di capire gli altri tendendo la mano per primi. D'altronde cosa è l'Italia se non un ponte naturale tra il Nord e il Sud, ma soprattutto tra l'Est e l'Ovest?

Per noi Italiani la comprensione viene naturale.
È nei contesti difficili, dove bisogna interpretare la situazione sociale, il comportamento delle popolazioni, che la nostra diversità, che rappresenta una sorta di benefit o di credito, andrebbe sempre sfruttata appieno. Difatti, essa non va mortificata in nome di un appiattimento comportamentale su parametri che non appartengono né alla nostra storia né alla nostra cultura né alla nostra religione.
Il nostro essere diversi, in conclusione, va considerato un moltiplicatore di potenza anziché una debolezza e va assecondato anziché combattuto. Questa tipicità dovrà continuare a farci ritenere fieri delle nostre origini, della nostra cultura, della nostra condotta, insomma: fieri di essere Italiani.

Giuseppe Cacciaguerra
Tenente Colonnello,
Tutor presso
l'Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze


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