Il brigantaggio - UNUCI Firenze

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

Il brigantaggio

Attività > Cultura > Briciole di storia

IL BRIGANTAGGIO POST UNITARIO: MITO E REALTÀ (1860-1870)

Col. Antonino Zarcone
Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.

“L’Italia è fatta, bisogna fare gli Italiani”. Dopo 150 anni il famoso detto purtroppo è ancora valido; infatti oggi i nostri connazionali, protesi naturalmente al progresso ed al futuro, debbono ancora imparare ad amare ed essere rispettosi delle proprie tradizioni e della propria Storia. Solamente la consapevolezza di un passato condiviso, seppure con l’accoglimento dei momenti di luce e di quelli più bui, permette quella serenità necessaria a fronteggiare le spinte secessioniste e disgregative dello stato e nello stesso tempo la sfida derivante dalla globalizzazione.
Purtroppo così non è. Una chiara testimonianza della scarsa maturità degli Italiani è la continua propensione alle polemiche, che si manifesta ogni qual volta si parla dell’epopea risorgimentale; diatribe che ritornano e si associano alle modeste celebrazioni per il 150° anniversario dall’Unità d’Italia. Contrasti generalmente faziosi e strumentali che hanno portato perfino un esponente della Lega Nord a dichiarare, nel corso della popolare trasmissione “Porta a porta”, che il Sud pre unitario era fortemente industrializzato ed ha perso questa vocazione dopo l’invasione delle truppe padano – piemontesi. Qualsiasi tesi ovviamente può essere sposata per attaccare lo Stato unitario e difendere l’idea federalista - ed il federalismo è tutt’altra cosa – per cui può accadere che un “padano” possa difendere i meridionalisti, ammettendo che i mali del Mezzogiorno sono stati causati dai padani, e nello stesso tempo attribuire la colpa dei mali d’Italia a quegli stessi meridionali. Questo, per fortuna ha suscitato la pronta e qualificata reazione dello storico Villari, che ha invitato lo stesso politico a “studiare” per formarsi almeno un minimo di base culturale e colmare le forti lacune storiche.
Uno degli argomenti classici usati per fomentare la polemica sulla formazione dello stato nazionale italiano è legato agli anni in cui il nuovo Esercito Italiano, non più Armata Sarda, si è trovato a fronteggiare la lunga e dura lotta contro il brigantaggio, per ripristinare la “legalità” in vaste aree del meridione, Sicilia esclusa. Aree nelle quali - e bisogna precisarlo - il fenomeno brigantaggio di tipo delinquenziale era già radicato sotto i Borboni.
Polemiche non supportate da valide ricostruzioni storiche, ma alimentate da “studiosi” vogliosi quasi di dimostrare che le colpe dei mali del sud, la povertà e l’emigrazione, sono principalmente di Garibaldi e strettamente legate alla successiva invasione piemontese con la conseguente repressione militare del brigantaggio, in cui i protagonisti, i briganti assurgono al ruolo di combattenti fedeli e leali del Borbone, dei veri eroi popolari.
Sul brigantaggio esistono numerose pubblicazioni, dalle opere storiche alle memorie, ai saggi, alle testimonianze che periodicamente vengono incrementate con altri contributi, specialmente con studi a carattere localistico. Leggendo tali opere, non sempre si trova riscontro tra le tesi sostenute e quanto emerge dai documenti custoditi nell'archivio dell'Ufficio Storico dell’Esercito; al contrario, talvolta, alcune tesi consolidate sul brigantaggio vengono messe in discussione dai documenti d'archivio.
Basta viaggiare in internet per avere un’idea della scarsa ed errata conoscenza del fenomeno. C’è addirittura chi dichiara che in Italia i documenti sul brigantaggio sarebbero ancora coperti dal segreto di stato, addirittura volutamente distrutti dai “piemontesi” per nascondere le proprie nefandezze. Per far luce su questi misteri nel sito di un movimento politico campano è pubblicata una missiva con cui viene formalmente chiesto al Governo quando verranno tolti i sigilli agli archivi per consentire lo studio dei documenti. Peccato che la documentazione sia di libera consultazione da tempo, sia quella in possesso dell’Ufficio Storico dell’Esercito Italiano che quella custodita dall’Archivio Centrale dello Stato e dagli Archivi di Stato. Il problema è che forse di documentazione ce n’è veramente tanta ma la voglia di studiarla è veramente poca. O forse non c’è voglia di far chiarezza?
Purtroppo il sentimento di ostilità e di revanscismo neo borbonico è oggi molto popolare, anche in regioni come la Sicilia, dove il fenomeno del brigantaggio non si è verificato. Questi miei corregionali Siciliani hanno forse dimenticato una storia di lotte e rivolte anti borboniche, il bombardamento dei quartieri popolari di Palermo e la violenza delle truppe napoletane e le belle pagine dell’epopea dei picciotti garibaldini.
Lo scorso mese di agosto è stato caratterizzato da nuove polemiche, alimentate dal sindaco di un paese del beneventano che ha scritto al sindaco di Vicenza per lamentare la presenza in quella città di una lapide commemorativa dedicata da questo comune al proprio concittadino Tenente Colonnello Negri, dei bersaglieri, responsabile della rappresaglia del 14 agosto 1861 contro i paesi di Casalduni e Pontelandolfo dopo che i briganti avevano teso un’imboscata ad un plotone di 44 fanti. Il Tenete Colonnello Negri, poi Generale, fu un nobile vicentino che partecipò alle rivolte antiaustriache in Veneto, costretto all’esilio in Piemonte, fu arruolato nell’Armata Sarda con cui prese parte alla guerra di Crimea, alle campagne risorgimentali ed alla lotta al brigantaggio. Per il suo comportamento al Negri furono concesse la Medaglia d’Oro al Valor Militare e numerose altre decorazioni ed onorificienze.
Nella rappresaglia il Tenente Colonnello Negri, oltre a far distruggere i due paesi avrebbe consentito ai propri soldati di trucidare centinaia di civili, donne e bambini, di derubare gli abitanti del paese non risparmiando di far violentare le donne. I tristi fatti di Casalduni e Pontegandolfo verranno ripresi nel corso di questo scritto in quanto, per meglio provare a comprenderlo, è necessario dare alcune informazioni sulla situazione conseguente il collasso del Regno di Napoli, sul fenomeno del brigantaggio e sulla particolare tipologia della lotta.

La situazione nell’ex Regno di Napoli
La caduta della fortezza di Gaeta (13 febbraio 1861), di Messina (12 marzo) e di Civitella del Tronto (21 marzo) pone ufficialmente fine alla guerra nel centro-sud e sancisce almeno ufficialmente il completamento dell'unità d'Italia, che verrà consolidata con l’annessione del Veneto e di Venezia nel 1866 e la presa di Roma il 20 settembre 1870.
Dopo circa sei mesi dalla “Spedizione dei mille” (maggio-ottobre 1860) scompare uno Stato che soltanto qualche anno prima era stato individuato come uno dei due possibili poli di un'Italia confederata. Con il regno si dissolve un esercito forte di circa 100.000 uomini, i cui resti (934 ufficiali e 12.000 soldati) terminano la propria esistenza nella fortezza di Gaeta con l’Onore delle armi. Le perdite globali subite nei pochi mesi del 1860 dall’Armata Napoletana, 2.700 morti e quasi 20.000 fra feriti e dispersi, restano a testimonianza del valore e a smentita di ogni ilare commento sull’Esercito di Francesco II. Tra le altre decine di migliaia di superstiti, molti si sbandano per le campagne o rientrano in famiglia.
Gli ex-ufficiali borbonici "giubilati", ovvero inviati a casa, vengono sottoposti a misure restrittive e sono oggetto di pesanti discriminazioni, trattati con disprezzo e, tranne che in rarissime eccezioni, ridotti alla fame. Alcuni di quèsti, senza sussidio e non avendo di meglio per vivere, sono costretti a delinquere per mantenere le famiglie e arrestati entrano in contatto con la malavita.
Diverso invece il trattamento riservato ai sottufficiali, graduati e soldati, per i quali viene disposto il mantenimento ed il sostentamento delle mogli e dei figli mediante l'assegnazione di una razione viveri giornaliera per ciascuno. Viene offerta la possibilità di transitare nell’Esercito Italiano con il grado ricoperto nell'esercito napoletano a quanti possono provarlo; anzi, con la Legge 26 maggio 1861 viene autorizzata una leva di 36.000 uomini nelle Provincie Napoletane.
Se una parte dei prigionieri accetta di servire nell'Armata, molti altri, sbandati o chiamati alle armi, danno vita al preoccupante fenomeno della renitenza e della diserzione (Ffnomeno particolarmente sentito in Sicilia, regione che precedentemente aveva goduto dell'esenzione dalla leva obbligatoria anche perché i Borboni preferiscono non armare potenziali rivoluzionari.). La causa principale è da imputare certamente al fatto che gli uomini chiamati alle armi vengono avviati a unità di stanza nelle provincie settentrionali e quindi di fatto allontanati dalle loro famiglie.
A sbandati, disertori e renitenti borbonici si aggiungono nel frattempo gli ex-garibaldini provenienti dalle file dell'Esercito Meridionale ed i volontari delle formazioni nate sulle spinte ideali, democratiche e liberali, che sono sciolte alla fine del 1860, senza che questi ricevano alcun compenso per i sacrifici fatti.
Ai suddetti problemi di origine militare si sommano quelli di natura economica, politica e sociale. Diversamente da quanto sostenuto dal parlamentare padano le industrie, pur se all’avanguardia e redditizie (siderurgica, setiera e cotoniera), sono poche: le acciaierie di Torre Annunziata ed il setificio di S. Leucio sono impianti famosi in tutto il mondo.
Al Sud persiste ancora il latifondo ma a danneggiare maggiormente agricoltura e contadini insistono cause naturali: quali i pochi corsi d'acqua perenne e la scarsa piovosità, associate alla mancanza di efficaci sistemi di intervento quali le irrigazioni artificiali e la canalizzazione delle acque.
Quanto al commercio internazionale dei vari Stati d'Italia, Napoli è al secondo posto dopo Torino. Se infatti le vie di comunicazione terrestri sono poche e mal ridotte, resta il fatto che Napoli è al primo posto nei traffici marittimi per flotta e tonnellaggio. Il debito pubblico portato dal Regno di Napoli all'Unità è di gran lunga inferiore a quello degli altri Stati (circa 26 milioni contro i 64 degli Stati Sardi, come risulta dalle tabelle allegate alla Legge 4 agosto 1861 per l'unificazione dei debiti pubblici dei cessati Governi, ed i successivi 148 del Veneto e 727 di Roma). Del denaro circolante in Italia all'unificazione (circa 656 milioni), il 65% proviene dalle Due Sicilie.
Una situazione che non sembra apparentemente migliore o peggiore di quella degli altri Stati pre-unitari. I meridionalisti sovente si vantano dicendo che Napoli ha la prima linea ferrata italiana, la Napoli-Portici, dimenticando che questa non è stata realizzata per lo sviluppo dell’area campana bensì per esigenze di corte.
Nella realtà il mezzogiorno d'Italia è certamente già arretrato, la massa vive un pericoloso e precario equilibrio, fatto di lotte quotidiane per sopravvivere, la piaga dell'analfabetismo, lo sfruttamento dei bassi ceti sociali in stato di semi schiavitù, il ricorso al lavoro minorile ed infantile, la prevalenza agricola dell'economia ancorata al latifondo, le poche industrie, la rete stradale insufficiente, il distacco tra l’aristocrazia e la massa non ne consentono la trasformazione in uno Stato modello e moderno.
Sotto i Borboni esistono alcune provvidenze (come gli usi civici: diritto al pascolo, alla semina e alla spigolatura sui latifondi privati e sui terreni demaniali) che integrano il misero reddito di contadini e pastori e le tasse sono quasi inesistenti.
L'unità d'Italia rompe questo equilibrio. Le nuove leggi introducono tasse insopportabili per gli strati più deboli delle popolazioni, su cui gravano maggiormente; eliminano i piccoli privilegi di contadini e pastori e favoriscono paradossalmente il latifondo, accrescendo la miseria nelle campagne. Aumenta a dismisura e diventa incolmabile il distacco fra le classi più povere e quelle classi dirigenti e l’aristocrazia cui si appoggia la nuova autorità governativa.
Manca, inoltre, qualsiasi azione politica tesa ad un minimo di equità sociale così da calmare la situazione esplosiva che si va delineando; al contrario, viene adottata una dura politica repressiva. Oltre all’impiego dell’Esercito quale forza di polizia, è l’uso della Guardia Nazionale ad accrescere il risentimento delle popolazioni. Quest’ultima, costituita su base locale, con capi che appartengono alle classi più agiate, diviene il più odiato strumento armato, perché quasi come una guardia privata del notabile del luogo si pone troppo spesso al servizio del capriccio e degli interessi di singoli individui.
L'insieme delle problematiche esposte rende evidente quale situazione esplosiva viene a determinarsi nel Meridione in un brevissimo arco di tempo. Gli strati più deboli della gente del Sud, ovvero la quasi totalità della popolazione, sono così disillusi per le promesse non mantenute (come la mancata distribuzione di terre) e, ancora più affamati dalla guerra e dai tributi, violentati e terrorizzati da volontari, truppe regolari e bande di briganti che si avvicendano in "occupazioni" e "liberazioni" di paesi e villaggi, vessando, spogliando ed uccidendo.
Può così accadere che, in un territorio travagliato dalla miseria e squassato da guerre e rivoluzioni, città e paesi inalberano ed alternano, a distanza di poche ore, il tricolore ed il vecchio vessillo borbonico, accettando o rifiutando l'uno e l'altro simbolo esclusivamente in forza di una realtà contingente ed estremamente mutevole.

Il brigantaggio
Le prime bande sono formate già nel mese di settembre 1860, prima della Battaglia del Volturno, quando ancora i garibaldini avanzano dal Sud ed i reparti regolari dell'Armata Sarda scendono dal Nord, sulla base di specifiche direttive emesse da Pietro Ulloa, ministro borbonico della polizia, che da Gaeta detta le istruzioni per le "colonne dei volontari superiormente approvate" e tese a ripristinare il governo di Francesco II.
Le bande, infatti, nascono come formazioni armate incaricate di operare in parallelo con le unità regolari napoletane con lo scopo di sollevare le masse, di combattere liberali, democratici e la Guardia Nazionale, infierendo quanto meno possibile sulla popolazione, per restaurare sul trono il “legittimo” sovrano.
Le bande, agli stretti ordini del loro comandante, procedono al disarmo della Guardia Nazionale per procacciarsi armi da distribuire anche a quanti si aggregano; si impadroniscono di denaro da inviare a Gaeta o ai ricevitori dei capoluoghi di distretto; impongono tasse (solo se necessario) o, in alternativa, esigono l'equivalente in cereali; arrestano gli oppositori; tengono contatti con i sostenitori della causa borbonica, in stretto contatto con i numerosi esponenti del clero locale filo borbonico e preoccupato per una possibile successiva invasione dello Stato Pontificio.
Primo capo banda è il tenente colonnello Francesco Saverio Luvera il quale, nel momento in cui l'esercito napoletano si ritira dietro il Garigliano, chiede ed ottiene di comandare un corpo di volontari per azioni di disturbo alle spalle dei piemontesi. Il Luvera, successivamente, nel gennaio del 1861, dalle basi poste all’interno dello Stato Pontificio parte per gli Abruzzi e occupa Carsoli e Tagliacozzo, ma viene costretto a ritirarsi a Otricoli e a rientrare a Roma dopo la presa di Gaeta.
Delle bande inizialmente fanno parte soprattutto gli sbandati, militari borbonici provenienti da Gaeta o dal territorio Pontificio, dove si sono rifugiati, che entrano in Provincia di Terra di Lavoro trovando rifugio durante il tragitto in comunità religiose, come l'Abbazia di Casamari e quella di Trisulti.
Alle bande si uniscono presto le componenti della classe più povera: contadini, artigiani e popolani e tra essi alcuni delinquenti comuni. Il rapporto fa partecipazione legittimista e delinquenziale è uno degli elementi che caratterizza maggiormente la formazione delle bande e la differisce nelle varie aree dell’ex Regno di Napoli per cui nelle zone prossime allo Stato Pontificio è possibile una maggior presenza di ex militari napoletani, mentre si riscontra una motivazione meno nobile nelle aree già colpite dalla piaga del banditismo, in cui prevalgono i fattori delinquenziali.
I briganti, che nel mese di settembre-ottobre hanno riconquistato alcune cittadine (Pontecorvo, Teano, Sora, Venafro, Piedimonte d'Alife e Isernia) hanno il vero battesimo del fuoco nel combattimento del 26 ottobre 1860, quando le colonne del generale napoletano Luigi Scotti-Douglas sono affiancate nell'azione da un nutrito gruppo di “terrazzani armati”, agli ordini del molisano Teodoro Salzillo.
Altra banda di notevoli dimensioni ad operare nei primi tempi è quella di Teodoro Klitsche De La Grange, ex ufficiale pontificio che aveva offerto i suoi servizi a Francesco II; per quasi tutto il mese di ottobre effettua delle scorribande negli Abruzzi, al comando di battaglioni composti in maggioranza di sbandati borbonici, combattendo con successo anche in campo aperto e minacciando importanti centri come Avezzano e L'Aquila per essere costretto poi a rientrare, ai primi di novembre, in territorio Pontificio.
Intanto più al Nord, nelle Marche, il generale Ferdinando Pinelli, al comando della Brigata "Bologna", rinforzata dal 9° battaglione bersaglieri e da uno squadrone di cavalleria, inizia un'azione di rastrellamento nella zona di Fermo ed Ascoli per rigettare le bande legittimiste oltre i confini dello Stato Pontificio da cui continuano ad affluire ex soldati borbonici sbandati, che tentano di rientrare nella loro "patria" per alimentare le formazioni in lotta con l'"invasore " o per costituirne di nuove.
Questa primissima fase del brigantaggio (1860/61) è determinante per comprenderne le origini: il brigantaggio nasce indubbiamente come guerra di bande, parallela alla "guerra ufficiale" che le forze regolari conducono a Gaeta e nelle altre cittadelle assediate, allo scopo di sollevare le masse in armi e restaurare "l'ordine turbato" dalla spedizione garibaldina e dall'intervento dell'Armata Sarda. Intenzioni legittimiste e con risvolti anti-unitari.
Bande di centinaia di armati che sono in grado di fronteggiare e di dar filo da torcere alle unità regolari italiane:

  • poco pratiche del terreno, del quale non possiedono nemmeno le carte topografiche;

  • addestrate a combattere unità regolari e non quel fenomeno che ai giorni nostri viene chiamato counter insurgency (contro gli insorti),

  • shoccate dal fatto di essere trattate da invasori da popolazioni che credono debbano accoglierle da liberatrici.

Già dal 1861, le unità regolari dell'Esercito, ormai italiano, sono fortemente incrementate e le grosse bande non reggono più al confronto numerico. Nel corso dell'anno, sono progressivamente inviati nel Sud 4 reggimenti granatieri, 30 reggimenti di fanteria, 19 battaglioni bersaglieri, 4 reggimenti di cavalleria; rinforzata la Guardia Nazionale, vengono aumentati i reparti dei Carabinieri che assumono quell’organizzazione capillare di presenza sul territorio che anche oggi li caratterizza.
A partire dalla fine dello stesso anno il territorio venne suddiviso in Zone e Sottozone Militari e viene proclamato dovunque lo stato d'assedio; contemporaneamente si impone l'impiego di maggiori contingenti: i reggimenti granatieri sono portati a 6, quelli di fanteria a 52, quelli di cavalleria a 5. Se alla fine del 1860 sono presenti 30.000 militari italiani, dal 1861 al 1863, anno di forza massima, sono impiegati progressivamente dai 90.000 ai 120.000 uomini dell'Esercito italiano. Di pari passo vengono aumentati gli organici delle forze di polizia. Soltanto nel 1861 vengono emanati tre Regi Decreti, in data 4 agosto, 29 settembre e 22 dicembre, che in pratica raddoppiano le guardie del Corpo di Pubblica Sicurezza nelle Provincie Napoletane e nelle provincie di confine con lo Stato Pontificio più interessate al fenomeno del border crossing (passaggio del confine) delle bande di briganti che hanno le loro basi nello Stato della chiesa e che si portano nel territorio del Regno d’Italia per portare a termine le loro scorribande.
I successi dovuti all’impiego di così notevoli forze sono tali da dare a politici e militari l'impressione di aver impresso una svolta decisiva nella lotta alle bande e nella repressione del brigantaggio, tanto da indurre nel marzo 1862 il generale La Marmora a scrivere: "II brigantaggio non è certamente finito, ma credo difficile si sviluppi sopra una gran scala. Se crederò rinforzi necessari non esiterò a domandarli".
Un errore di valutazione gravissimo, poiché nessuno si rende conto che la forma di lotta si sta trasformando, e non solo militarmente. Il successo ottenuto negli scontri contro alcune grosse formazioni non fa comprendere, infatti, che esse - non completamente distrutte - si vanno frazionando in unità sempre più piccole, per cui aumentano di numero e, grazie ad un elevatissima mobilità, danno la sensazione di occupare e tenere sotto controllo tutto il territorio. La lotta assume le caratteristiche di una vera guerriglia che l'esercito italiano non è preparato ad affrontare.
Ancora più grave è il fatto che nessun provvedimento politico e sociale viene associato ai primi successi militari, determinando così una saldatura fra la riscossa legittimista-reazionaria delle bande e l’insorgenza sociale delle masse; la dolorosa conseguenza è quella di non contrastare l'alimentazione delle bande, che possono contare adesso su una maggiore adesione degli strati più poveri, emarginati e quindi più deboli delle genti del Sud. Il che significa la partecipazione diretta di molti e l’adesione indiretta della quasi totalità delle masse del meridione, dove oltre il 90% della popolazione è povera ed emarginata.
Il 1863 è l'anno di maggior impegno nella lotta condotta dall'Esercito; affiancato, nell'opera di repressione dai provvedimenti legislativi eccezionali, ovvero dalla cosiddetta legge "Pica" e dalle già menzionate leggi speciali.
A questo punto occorre fare qualche riferimento sulla tanto deprecata legge "Pica" e sulle successive leggi "speciali", spesso citate da coloro che ad essa attribuiscono un carattere esclusivamente repressivo e la causa dei presunti eccessi operati dalle truppe, ancora oggi indicate quasi con disprezzo come piemontesi, quando in realtà l’Esercito, già Italiano dal 4 maggio 1861, è costituito da militari (contadini) provenienti da tutto il Regno d’Italia.
Con la legge 1° ottobre 1859 era entrato in vigore il nuovo Codice Penale Militare, che abrogava quello precedente del 1840 e che, secondo alcuni giuristi come Arturo Marcheggiano, e diversamente da quanto propagandato da alcuni “storici”, pone il Regno di Sardegna all'avanguardia delle Nazioni nella tutela del diritto delle genti. Esso difatti sancisce non soltanto la dignità del militare e del combattente, ma anche quella degli avversari e delle popolazioni civili, prevedendo la punibilità di quanti avessero commesso illeciti e violenze, in pace ed in guerra, chiunque essi fossero.
Il Codice sancisce che le leggi relative allo stato di guerra, e quindi l'applicazione del Codice stesso, entrano in vigore con la dichiarazione dello stato di guerra, disposto con Decreto Reale, ma contemporaneamente dà facoltà:

  • ai comandanti delle truppe stanziate in un territorio - fino al livello di fortezza o posto militare - di dichiarare lo stato di guerra nel territorio di competenza a seguito di minaccia o di invasione di truppe nemiche;

  • al comandante di un Corpo dell'Esercito o di una fortezza di emanare bandi militari aventi forza di legge nella "periferia", ovvero nel territorio di competenza del proprio Comando.

Nei luoghi dichiarati in stato di guerra viene a cessare così la giurisdizione dei Tribunali Militari Territoriali e subentra quella dei Tribunali Militari in tempo di guerra. A questi ultimi Tribunali, contro le cui sentenze non è ammesso ricorso, compete il giudizio su: militari; civili impiegati a qualsiasi titolo dall'amministrazione militare; chiunque si trova al seguito delle truppe; colpevoli dei reati di tradimento, di spionaggio, insubordinazione; coloro che oppongono resistenza od offesa o danno o rifiuto d'obbedienza all'Esercito, all'Autorità Militare ed allo Stato od alle sue proprietà, con un fatto qualunque.
In tempo di guerra, inoltre, viene autorizzata l’istituzione di Tribunali Militari Straordinari, che possono comminare la pena di morte immediatamente sul posto (art. 534 e segg. del codice), nel caso uno dei comandanti precedentemente indicati ritenga opportuno dare un "pronto esempio di militare giustizia".
Il 18 settembre 1860, il Comando Militare di Napoli scrive al Comandante della Brigata "Bologna", operante negli Abruzzi, raccomandando che i Tribunali Militari Straordinari (impropriamente chiamati consigli di guerra) "che sorgono come conseguenza dello stato di guerra o d'assedio" debbono limitarsi a giudicare quegli individui sorpresi con le armi alla mano e/o nei casi di flagranza stabiliti dalla legge. La lettera sottolinea, quindi, il verificarsi della duplice condizione dello stato d'assedio, o di guerra, e della flagranza, per sottoporre un individuo al giudizio dei Tribunali militari lasciando al giudice ordinario (al Procuratore Generale presso la Gran Corte Criminale) la cognizione di tutti gli altri reati. Pur nella durezza delle norme sono gli stessi militari a sentire l’esigenza di fornire maggiori garanzie e tutele a coloro che vengono catturati in conseguenza della lotta alle bande.
Uno dei primi e più severi bandi contro il brigantaggio viene proclamato dal generale Manfredo Fanti il 23 ottobre 1860, nel quale ordina la convocazione dei tribunali militari straordinari contro quanti avessero commesso atti di brigantaggio, saccheggio, incendio, ferimenti, uccisioni e a coloro che oppongono resistenza e tengono armi senza appartenere al "Governo di Gaeta" o alla Guardia Nazionale.
Nel febbraio del 1861 il Segretario Generale del Ministero della Guerra ribadisce che soltanto i briganti presi con le armi alla mano debbano essere giudicati secondo le leggi militari, e che tutti gli altri devono essere invece denunciati ai Tribunali ordinari.
Il Codice Penale Militare, che regola il funzionamento dei Tribunali Militari Permanenti, pur essendo vigente nelle provincie meridionali non è ancora operante; per cui nell'aprile del 1861 lo stesso Fanti rileva che tali tribunali ancora mancano; a significare che - almeno fino ad allora - erano funzionanti di fatto esclusivamente i Tribunali di Guerra e quelli Straordinari.
La situazione non migliora molto con l'estensione ufficiale del codice nelle provincie meridionali e con l'istituzione progressiva di Tribunali Militari Permanenti nella circoscrizione dei capoluoghi delle Divisioni Militari Territoriali (Napoli, Palermo e successivamente Chieti, Bari, Salerno, Catanzaro, Messina).
Eccessi ed illeciti continuano ad essere commessi, nonostante le ripetitive disposizioni, tanto che nel marzo del 1862 il Ministero della Guerra viene ancora costretto a stigmatizzare gli abusi di potere, richiamando l'attenzione su di un caso di fucilazione di un brigante: questi non era stato fucilato immediatamente sul posto, ma l'esecuzione era stata eseguita quattro giorni dopo la cattura.
La burocratica ed asettica pignoleria del documento attesta come l'esistenza di norme e procedure, già di per sé molto dure, era ancor più aggravata da soprusi e violazioni, ma allo stesso tempo le attribuisce ai singoli evidenziando il garantismo e  la volontà di rispettare il diritto delle genti dell’autorità militare e politica del Regno d’Italia.
La legge Pica conferma quanto già previsto dal Codice penale militare, cioè la possibilità per ogni comandante di truppe di convocare un tribunale militare straordinario, quando nel luogo di cattura di un brigante non esiste un tribunale di guerra; regola, inoltre, l'istituto del domicilio coatto, limitandolo ad un tempo massimo di un anno per gli oziosi, i vagabondi, i sospetti, i camorristi, i fiancheggiatori ed introduce la possibilità per l’imputato di avvalersi di un difensore oltre a sussidi, sconti e diminuzione di pena per coloro che si costituiscono volontariamente e che aiutano l’autorità costituita a catturare altri briganti e a far disperdere le bande. Nasce di fatto la figura del collaboratore di giustizia.
Le successive leggi speciali sono ancora più "garantiste". Con legge 7 febbraio 1864 sono ammessi alla difesa degli accusati anche patrocinanti non militari (art. 2), e viene istituito il ricorso presso il Tribunale di Guerra (art. 4), organo giudiziario superiore, competente a giudicare in appello le sentenze dei tribunali militari.
Per l'esecuzione del domicilio coatto (art. 10) viene emanato un apposito regolamento che prevede alloggio, vestiario e vitto gratuito per gli indigenti sottoposti alla misura di sicurezza. Altro regolamento è pubblicato per regolarizzare la formazione delle Squadre di volontari per la repressione del brigantaggio, contemplate dalla legge (art. 6).
Con legge 11 febbraio 1864, n. 1670, sono apportate inoltre, modifiche al Codice Penale Militare. Esse toccano quattro punti essenziali: la composizione dei Tribunali Militari Territoriali; il principio della sorveglianza sui giudici militari e la possibilità di ammonirli o censurarli; l'introduzione del beneficio della libertà provvisoria alle persone estranee alle milizie per i reati di diserzione e grado minimo (quello di capitano e l'età di venticinque anni) per gli Ufficiali componenti del collegio di giudizio nei tribunali.
Le leggi non sono forse tanto "speciali" se si considera il contesto storico in cui sono emanate e la progressiva preoccupazione del legislatore di definire e precisare limiti di delitti e pene, perché il concetto di giustizia fosse preservato: "speciale" fu l'uso che forse alcuni uomini fecero di esse.
Il 1864 è l'anno che segna una nuova svolta: il "grande brigantaggio" viene stretto alle corde, tanto che le forze destinate alla repressione sono ridotte (8 reggimenti granatieri. 8 di cavalleria, 34 reggimenti di fanteria con il solo IV battaglione, 13 battaglioni bersaglieri) ed operano principalmente nei territori sedi di guarnigioni, con un sistema di posti fissi e colonne mobili.
Cambia anche la "qualità" delle bande: si spegne, infatti, in esse ogni rivendicazione legittimista, viene a cadere la spinta sociale e finisce con il prevalere la componente delinquenziale.
Il brigantaggio nato inizialmente in appoggio alle truppe napoletane regolari, poi localizzato nelle zone di frontiera con lo Stato Pontificio e basato su grosse formazioni, progressivamente si diffonde a macchia di leopardo con focolai di ribellione su tutto il territorio napoletano. Accade così che in una stessa provincia convivono città e paesi immuni dalle bande, con altri che ne sono infestati.
Con l’aumentare della presenza delle unità dell'Esercito il brigantaggio inizia a scomparire dai paesi, restringendosi prima alla campagna e poi alla montagna o nelle zone impervie, come nel Matese o in Sila. Un'involuzione tipica di quella particolare forma di lotta che è la guerriglia: inizialmente essa è volta ad invadere ed occupare tutto il terreno dello scontro, con basi di partenza in territori amici; successivamente, con l'aumento numerico delle forze avverse in campo, si restringe nelle zone montuose di difficile accesso, facilmente difendibili perché naturalmente fortificate, che diventano le nuove basi per rapide puntate offensive. Per questo motivo, pur ridotto nella effettiva capacità di minacciare la forza dello Stato unitario, il fenomeno persiste ancora nelle provincie abruzzesi, molisane, calabresi e in quelle interne della Campania, come nel tratto della dorsale appenninica che lungo il Fortore consente lo sbocco in Capitanata, nota allora come la "via dei briganti".
Di fatto già a partire dal 1866/67 il fenomeno può essere considerato quasi debellato. Negli anni successivi, e fino al 1870, le forze dell'Esercito diminuiscono progressivamente e gli scontri, più che essere operazioni militari, assumono le caratteristiche di normali operazioni di polizia, con un impiego sempre maggiore di carabinieri, di guardie nazionali e di formazioni volontarie.
Quasi tutti attribuiscono al generale Pallavicini la direzione della lotta, ma i documenti disponibili permettono una revisione, anche parziale di tale giudizio. Già nell'ottobre 1860, infatti, il generale Pinelli, comandante della Colonna Mobile negli Abruzzi e nel Teramano, dirama una sua istruzione per la repressione del brigantaggio dove, in quattordici sintetici punti, fissa le direttive per debellare il fenomeno, soprattutto nei suoi aspetti militari:

  • affrontare le bande con forze sempre numericamente superiori per essere certi dei risultati degli scontri;

  • dirigere le colonne mobili nei centri detentori delle principali risorse del territorio e sciogliervi ogni organizzazione reazionaria per sottrarre qualsiasi alimentazione, in uomini e mezzi, alle bande;

  • censire i giovani nei comuni, individuare quelli datisi al brigantaggio e perseguirli;

  • obbligare tutti a risiedere nei propri borghi e villaggi, punendo severamente quanti eludessero la disposizione per aderire al brigantaggio;

  • considerare dediti al brigantaggio i forestieri sorpresi senza giustificato motivo in provincie diverse da quelle di nascita;

  • pagare lautamente spie per ottenere indicazioni sui conniventi, sui depositi di armi e viveri dei briganti, per togliere ogni risorsa ad essi ed ogni fonte di alimentazione della lotta;

  • colpire con gravi imposizioni pecuniarie i familiari dei briganti, per rendere difficile il mantenimento delle bande e rimborsare le casse dello Stato;

  • prendere ostaggi minacciando ritorsioni, per tagliare collegamenti e aiuti ai briganti;

  • obbligare i Comuni a segnalare la presenza o l'approssimarsi di bande nel proprio territorio;

  • non aderire alle richieste di truppe da parte dei Municipi, per non frazionare le colonne mobili, le unità più idonee alla lotta;

  • stabilire un sistema di comunicazioni, a mezzo telegrafo e segnali, su tutto il territorio per individuare immediatamente le bande e concentrare su di esse le truppe disponibili;

  • prendere ogni precauzione per affamare i briganti ed evitare il loro sostentamento da parte dei fiancheggiatori;

  • evitare direttive e operazioni in contrasto tra loro;

  • affidare ad una unica direzione, munita di mezzi e di poteri straordinari, la lotta al brigantaggio.

La validità dell'asserto del Pinelli è dimostrata dagli iniziali successi che la colonna mobile da lui comandata ottiene negli Abruzzi e nell'Umbria. In pratica, l'istruzione del Pinelli in modo molto chiaro anticipa i criteri ispiratori della lotta: impiego di forze consistenti, sicurezza, obiettivi mirati, terra bruciata intorno alle bande, azioni combinate, comando unico con poteri eccezionali. Pur con qualche eccesso, quale la faccenda degli ostaggi, che ricorda vicende a noi vicine, tali istruzioni sono lungimiranti, poiché solo quando vengono messi in atto i suddetti procedimenti diventa possibile combattere e sopraffare le bande ed i briganti.
Le successive istruzioni del Pallavicini sono soltanto disposizioni particolareggiate, alcune dedotte da situazioni locali o da successive esperienze, comunque ispirate ai principi generali della lotta individuati dal Pinelli, che il Pallavicini conosce per aver partecipato alla repressione del brigantaggio con la colonna mobile negli Abruzzi.
Dopo le istruzioni del Pinelli, altri documenti attestano che l’esperienza operativa sul campo consente di perfezionare le modalità di condotta della guerra al brigantaggio con l’uso di espedienti tattici più idonei al particolare tipo di lotta, come quello adottato il 14 dicembre 1861 dal sottotenente Romagnoli che, con 20 soldati e 11 militi della Guardia Nazionale travestiti da cafoni, presso l'Abbazia di Melanica, riesce a tendere un agguato ad una banda di briganti che è solita rifugiarsi in quel luogo.
Una proposta politico-militare al Ministero della Guerra, sintetica ma lungimirante, viene presentata nel marzo del 1862 dal generale Giuseppe Avezzana, già combattente in guerre e rivoluzioni, non soltanto in Italia, ma anche all'estero, che, conscio delle motivazioni profonde che fomentano il brigantaggio:

  • invita a dare immediate disposizioni per porre fine alle fucilazioni indiscriminate, causa scatenante di risentimenti e vendette che spingono alla rivolta. Quale alternativa suggerisce la deportazione quale misura che meglio "concilia l'interesse delle attuali condizioni di cose nel Napoletano, ed i diritti e rispetti umanitari";

  • raccomanda un trattamento più equanime verso gli ufficiali dell'ex esercito meridionale, per riparare al "torto loro fatto" con il mancato inserimento nel nuovo Esercito Italiano, che ha creato degli "ex soldati" senza arte ne parte;

  • sollecita la costituzione di 4 Divisioni di volontari, previste da un decreto non ancora operante per reintegrare molti ex soldati napoletani restituendo loro una dignità perduta.

Tali proposte purtroppo non solo non sono accolte ma si preferiscono le misure più energiche sancite dalla proclamazione dello stato d'assedio nelle provincie infestate dal brigantaggio.

Considerazioni sulle forze in campo
A molti risulta difficile comprendere come queste "bande di straccioni" siano riuscite a tenere in scacco reparti così numerosi, se non si tiene conto delle modalità con cui viene condotta la guerra dalle unità regolari e dai briganti.
Difficile stabilire esattamente il numero dei briganti, delle bande e della loro consistenza (dai 20 ai 30 mila uomini e donne). Esistono alcune statistiche parziali, desumibili dai documenti e dalla bibliografia, ma queste non consentono di distinguere i combattenti attivi dai fiancheggiatori o da quelli che sono soltanto sospettati di brigantaggio, e, quindi, come tali etichettati. Nella lotta inoltre sovente vi è mutua assistenza fra i briganti e le popolazioni che, spesso nelle fasi iniziali del fenomeno, sono fomentate dal clero filo borbonico e partecipano attivamente anche con atti di brutalità verso i soldati. Si ripete quanto già accaduto contro le truppe napoleoniche agli inizi dell’Ottocento.
Altrettanto approssimativi, per quanto possa sembrare strano, i dati relativi alle forze impiegate dall'Esercito: coloro che finora hanno provato a calcolarle, forniscono dati che oscillano fra le 90.000 e le 120.000 unità.
Bisogna considerare che, a dispetto delle vessazioni, delle espoliazioni e delle fucilazioni, briganti, paesani e familiari, per due/tre anni sono "combattenti" motivati dalla necessità di lottare per la propria sopravvivenza. Al contrario, i militari sono meno motivati. Costretti a combattere una guerra che non riescono a comprendere, contro coloro che in linea teorica considerano fratelli che avrebbero dovuto accoglierli a braccia aperte da liberatori e che si ostinano ad appellarli "piemontesi", quasi a sottolineare la loro diversità e quindi la loro estraneità.
Purtroppo un appellativo che viene mantenuto ancora oggi erroneamente quando nel nuovo Esercito Italiano si trovano sotto le armi soldati di leva e volontari lombardi, toscani, romagnoli, veneti o siciliani; anche questi artigiani e contadini come gli abruzzesi, i campani, i calabresi, i molisani ed i pugliesi che si trovavano di fronte da nemici.
Oltre all’ostilità della gente bisogna considerare l’impatto sulle operazioni militari che deriva dall’avversità dei luoghi (boschi, monti, dirupi). I soldati italiani si trovano a muovere in territori completamente sconosciuti, sprovvisti di carte topografiche, affidati a guide indigene o a guardie nazionali di non provata lealtà
Inoltre bisogna tenere conto delle diverse modalità d’azione impiegate nello specifico ambiente umano e naturale. L'impiego delle unità regolari nel 1860 è, infatti, rigidamente legato all'osservanza di regolamenti e istruzioni. Capi e soldati vengono addestrati a combattere in formazioni e schieramenti altrettanto rigidi. I reggimenti si muovono articolati in battaglioni, compagnie, plotoni e squadre, secondo schemi dove ogni unità, ogni uomo ha la sua precisa e inflessibile collocazione in tutte le fasi dell’azione sia essa di movimento (attacco o ritirata) o di stazionamento (sosta o difesa). Al soldato vengono insegnati determinati movimenti con le armi in dotazione, che prevedono un addestramento ed un armamento simile a quello dell'avversario, per cui il militare è:

  • abilissimo a sparare disposto "in fila" o a tirare di scherma con la baionetta;

  • completamente impreparato a muovere tra le rocce, nei boschi, ed a combattere in un abitato contro un avversario armato di roncola e di coltellacci o che gli spara all'improvviso, in imboscata, a "mitraglia".

In sintesi si va in battaglia come in parata. Gli unici idonei a lottare con mobilità e iniziativa, e quindi più temuti dai briganti, sono i reparti bersaglieri addestrati come "cacciatori".
Vi è inoltre l’incapacità dei comandanti militari ad adeguarsi alle nuove modalità di lotta nonostante alcuni di questi avessero maturato esperienze non indifferenti in fatto di guerriglia (come Cialdini, ad esempio, in Spagna). Impossibile agire d’iniziativa, celermente. Per poter muovere le unità debbono essere autorizzate dai comandi superiori, con prevedibili riflessi sull’esito di una forma di lotta che richiede decisioni immediate e adeguate alle circostanze, specialmente quando le unità, impiegate come colonne mobili, debbono agire non solo in base agli ordini ricevuti, ma anche sugli sviluppi di situazioni impreviste.
I comandanti di Corpo e di Unità, pertanto, si vengono spesso a trovare in situazione di stallo perché non possono o non vogliono "trasgredire" agli ordini ricevuti per cui prima di decidere e agire, necessitano di tutte le autorizzazioni, che per l'inderogabile rispetto della scala gerarchica si moltiplicano vertiginosamente.
La necessità di rendere più elastico un dispositivo così rigido e accentrato viene riconosciuta con l'articolazione dei Comandi in Zone Militari e Sottozone (l'ultima a Salerno nel 1868, con la denominazione "Comando Generale delle Truppe per la repressione del brigantaggio nelle provincie di Terra di Lavoro, Aquila, Molise, Benevento, Salerno, Avellino e Basilicata") anche se rimane l’impossibilità di operare fuori dalla zona di competenza, quando le bande non hanno circoscrizioni territoriali da rispettare e si possono spostare con facilità da una zona all'altra.
L'unità tipo impiegata nella lotta contro le bande è il battaglione, spesso frazionato in compagnie e plotoni, costrette a faticose marce e pericolosi quanto poco efficaci inseguimenti per poter rispondere alle richieste di soccorso dei più piccoli presidi. Il battaglione si configura come una massa poco idonea per manovrare nella tipologia di terreno su cui si trova ad operare, considerato che l'ordinamento di un battaglione è su 6 compagnie di 150 uomini, cui necessita un sostegno logistico impegnativo, visto che si deve provvedere a far vivere, muovere e combattere 900 uomini circa schierati in luoghi privi di risorse locali ed a cui è difficile far affluire i rifornimenti per la precarietà della rete stradale.
Scarsissime le condizioni di vita dei soldati dei distaccamenti costretti a dormire sulla paglia, con una razione viveri insufficiente ed in precarie condizioni sanitarie. Basta pensare che la Brigata "Re" è autorizzata a prelevare le coperte solo nel mese di novembre del 1861, che la razione viveri viene aumentata nell'agosto del 1861 e che il comandante del 36° reggimento di fanteria, il 29 agosto 1861 da Campobasso, scrive che la compagnia distaccata a Santa Croce di Magliano ha così tanti ammalati da non poter fornire alcun servizio.
Tra gli altri motivi che inficiano l'operatività dei reparti bisogna ricordare che il soldato: veste con una lunga tunica di panno, d'estate e d'inverno, la stessa utilizzata per le manovre in piazza d’armi; porta pesanti calzature non ortopediche (le scarpe sono uguali per entrambi i piedi e si modellano a furia di essere calzate); è affardellato da pesanti zaini (in media aventi un peso di circa 30 Kg.); ha come armamento di massima un ingombrante fucile, il modello 1844 modificato, che, senza la baionetta, è lungo oltre 141 cm. e produce uno scarso volume di fuoco.
Non è difficile immaginare quale benessere, quale agilità nel movimento e quale mobilità nel combattimento possono derivare ad un soldato con un tale equipaggiamento ed armamento, specialmente sulle montagne e nei boschi. Al contrario le bande, benché consistenti, possono far affidamento su una estrema mobilità tattica.
La documentazione custodita dall'Ufficio Storico dell’Esercito, se da un lato pone sotto nuova luce le capacità dei militari, in altri ne conferma l'impreparazione che fu spesso causa di dolorose perdite.
Il 26 luglio 1861 Cadorna, ad esempio, stigmatizza come un ufficiale ed un sottufficiale del 36° reggimento bersaglieri fossero stati barbaramente uccisi dai briganti perché, imprudentemente inviati in servizio isolato in cerca di alloggi, diventano facile preda di una banda di briganti.
II 15 agosto successivo i citati fatti di Pontelandolfo e Casalduni dove 40 uomini dello stesso 36° reggimento, vengono sterminati per la sprovvedutezza del Comandante di plotone.
Ancora il 22 ottobre cade nelle mani dei briganti un drappello dei Cavalleggeri di Montebello, per "non aver preso tutte le precauzioni".
Il 17 marzo 1862 sono una ottantina di fanti dell'8° reggimento di linea a cadere per mano dei briganti nei pressi di Castelnuovo, questa volta per colpa del generale Dodda, poi esonerato dal comando, che non interviene in soccorso degli uomini, benché in condizioni di farlo.
Il fattor comune di questi dolorosi avvenimenti si riscontra in errori di valutazione - dovuti a incapacità o impreparazione - che hanno conseguenze disastrose.
Il discrimine esistente fra le capacità teoriche e l’incapacità tattica, per quanto esposto, va dunque approfondito e non liquidato, per meglio comprendere le cause della iniziale inefficacia della repressione, per meglio precisare i limiti delle responsabilità strettamente militari, al fine degli opportuni "distinguo" da ben altre cause (politiche e sociali) che impediscono alle forze in campo di stroncare il brigantaggio in tempi ristretti.
Agli inizi le bande dei briganti, ancora organizzate militarmente e composte in massima parte di militari sbandati dell'esercito borbonico, subiscono degli smacchi perché adottano la stessa manovra e le stesse formazioni dei reparti regolari. Quando però incominciano a frazionarsi e ad applicare tecniche di guerriglia, diventa assai più arduo il poterle battere. Il loro impiego è improntato soprattutto sull'attacco a sorpresa nel punto più debole del dispositivo avversario, condotto sempre con estrema rapidità e con violenza, spregiudicatezza e determinazione. Le bande agiscono, inoltre, in condizioni di sicurezza, con appoggio e copertura sempre garantite dalla perfetta conoscenza del terreno e dalla connivenza di una fitta rete di informatori e favoreggiatori.
Grazie alla segnalazione degli informatori le bande possono riunire velocemente gli uomini nel posto dell’ agguato, quindi al momento opportuno; concentrare il fuoco su un fianco del reparto militare per gettare scompiglio nella formazione e per distogliere l'attenzione dall'attacco principale, mosso sempre in un punto da cui è possibile: una veloce ritirata; la pronta dispersione per anticipare la reazione delle unità; il ripiegamento su itinerari prestabiliti e inaccessibili in caso di insuccesso; il ricongiungimento in posti di radunata il più delle volte inviolabili. La tattica del "mordi e fuggi", che in tempi più recenti ha confermato la sua eterna validità, pur non essendo idonea da sola a portare a termine vittoriosamente il conflitto, è stata comunque capace di infliggere dolorose perdite e protrarre gli scontri a lungo, influendo negativamente anche sulla psicologia del combattente avversario.
A differenza delle unità regolari, proprio per la precarietà delle dotazioni, le bande sono meglio equipaggiate ed armate per tali scontri, infatti i briganti: vestono abiti civili ma più adatti alle varie stagioni e meno ingombranti; calzano in genere le "ciocie", ovvero le classiche calzature di contadini, pastori, boscaioli, più idonee al movimento su terreno vario; sono armati di armi corte, spesso caricate a mitraglia, ovvero di carabine, di fucili da caccia, di revolver, più maneggevoli e con un maggior volume di fuoco, e più adatte alla lotta in boschi, terreni e montagne.
Le bande, inoltre, ricorrono anche a "trucchi" per attaccare presidi e paesi; il 30 settembre 1861 una banda di circa 25 uomini si avvia verso il paese di Felignano facendo marciare per primi alcuni briganti vestiti con cappotti dell'Esercito, ingannando così i militari della Guardia Nazionale che cadono nel tranello e vengono sopraffatti.
Quanto all'organizzazione logistica, anche se non indispensabile alla forma di lotta che le bande conducono, risulta efficace, benché appena abbozzata e superficiale. Libera infatti da pastoie burocratiche - senza decreti amministrativi da osservare, moduli da riempire, autorizzazioni da chiedere, ecc. - l'alimentazione delle bande avviene attraverso i contributi in soldi provenienti dalla corte borbonica in Roma e dai Comitati legittimisti, o dalle rapine.
Durante le scorrerie i briganti possono rifornirsi a discapito delle truppe regolari e dei paesi, che depredano e spogliano, oltre a poter far affidamento su "basi logistiche", dove sono occultate le armi ed i rifornimenti precedentemente accumulati e nascosti, generalmente localizzate in territori nascosti (boschi, monti, caverne) e organizzati a caposaldo, come nel Malese, o presso luoghi inaccessibili, quali grotte e caverne, o inviolabili come i conventi di Casamari e Trisulti.
Difficile stabilire il numero delle vittime di entrambe le parti. I meridionalisti più accaniti parlano addirittura di un milione di morti tra i Briganti. Difficile da provare se consideriamo che la popolazione di tutto il sud Italia non dovrebbe superare i sei milioni, e le grosse città di Napoli o Palermo ne assolvono una grossa parte. Qualcuno, più accorto stabilisce in un milione le vittime complessive dell’invasione, fra caduti in guerra, nella lotta al brigantaggio oppure costrette ad emigrare all’estero.
Ancor più esagerate le cifre relative alle perdite militari, che qualcuno stima superiori alle ventimila.
Qualunque sia il numero complessivo dei caduti, non credo sia questo che faccia la differenza, sono le motivazioni ed i valori di riferimento quelli che caratterizzano un fenomeno, quelli da ricercare.

Conclusioni
I gravi avvenimenti che dilaniarono il Mezzogiorno a partire dal 1860 sono fin da subito oggetto di continue, prolungate, discussioni in sede parlamentare e motivo per l'istituzione di una Commissione d'inchiesta. Nonostante questo, nessuno dei dodici ministeri che si succedettero nel decennio dal 1861 al 1870 ha compreso pienamente il fenomeno del brigantaggio e dell’intera "questione meridionale".
Scarsissimi i risultati della Commissione, nonostante l'inchiesta si fosse rivelata un importante strumento d'indagine nell'esplorare le cause politiche e sociali che portano il Mezzogiorno d'Italia su posizioni anti-unitarie, rivoluzionarie e verso la disgregazione. L'efficacia dei risultati è inficiata da ostruzionismi e da diffidenze, messi in atto di continuo dal Governo, dal potere esecutivo, dai militari.
La relazione finale che viene presentata in parlamento, pur avendo individuato molte oggettive verità, viene viziata in origine per accondiscenza verso il Governo, sono escluse le "connivenze diplomatiche" di alcuni stati finanziatori delle bande come la Francia, sono evidenziate alcune delle responsabilità del clero legittimista, si disconoscono i motivi sociali ed economici che spingono le masse alla reazione ed al brigantaggio e vengono minimizzate le responsabilità di politici e militari.
Quanto sia viziata lo dimostrano le tesi di fondo che vengono espresse sul brigantaggio, le cui origini sono attribuite esclusivamente al malgoverno borbonico, alla innata predisposizione al crimine, all'ignoranza ed ancora ad una genesi endemica e storica nel Sud sul brigantaggio, sempre abilmente sfruttata e utilizzata, per la restaurazione, dalla corte borbonica.
Il fenomeno è stato successivamente oggetto di studi, relazioni, saggi ed opere sul brigantaggio che hanno indagato ogni aspetto del fenomeno sia esso politico che diplomatico, sociale, militare, ecc.
Gli studi si interrompono fra le due guerre mondiali con il fascismo, che si considera continuatore del Risorgimento,per riprendere dopo la caduta del regime. Nel secondo dopoguerra riesplode, a livello politico e sociale, la questione o il problema del Mezzogiorno; di riflesso, in campo storiografico, si sono riaccesi gli studi ed i dibattiti sugli eventi e sui fenomeni che ne sono alle radici, incluso il brigantaggio, verso cui gli studiosi hanno dimostrato un rinnovato interesse.
Studi spesso strumentali, volti a mitizzare il Risorgimento e l'Unità d'Italia o più spesso tesi a dimostrare gli irreparabili danni prodotti al Sud proprio dall'Unità, di cui sono più attivi promotori i difensori del brigantaggio col pubblicizzare i crimini piemontesi, sulla base di dati non sempre oggettivi, e meno attenti i difensori dell’onore delle truppe, cui sarebbe utile far conoscere le numerosissime relazioni prodotte dai Reali Carabinieri con il racconto delle gloriose scorribande in cui i briganti bruciano cascinali, non prima di aver derubato i proprietari, aver violentato le donne ed infine ucciso gli scomodi testimoni.
Questa conflittualità mi fa pensare ad un caro amico del sud degli Stati Uniti che, avendo notato che ero incuriosito di una sua disputa con uno yankee sulla giustezza della guerra di secessione, mi disse “non ti meravigliare! Noi possiamo prenderci in giro, ma non importa chi abbia vinto, Nord o Sud, quel che importa e che OGGI siamo la democrazia più forte del mondo!”. Quanta saggezza nelle parole di quel giovane del “Nuovo mondo”, una lezione per noi che abbiamo la presunzione di appartenere al “Vecchio continente”.
È necessario sicuramente riprendere gli studi sul Brigantaggio e più genericamente sul Risorgimento, ma non per disgregare, come ha dichiarato il Presidente Napolitano, altrimenti non vi è nessun valore aggiunto.
Bisogna partire dai documenti e non da “verità assolute” basate su tesi pregiudiziali, indagare senza certezze anzi con tanti dubbi. È un primo passo potrebbe essere avviato con un riesame del citato episodio di Casalduni e Pontelandolfo, che non può essere raccontato con le poche parole riportate nel corso della scorsa polemica ferragostana: “il 14 agosto 1861, 500 bersaglieri comandati dal Tenente Colonnello piemontese Negri assalirono i paesi, mentre gli ignari abitanti dormivano, con scariche di fucili, abbattimenti di porte e finestre, uccidendo decine di persone, vecchi, giovani, donne e fanciulle, alcune di esse dapprima violentate. La reazione punitiva, per ordine del Generale Cialdini, era stata provocata dal massacro compiuto da filo borbonici e briganti, n. 44 soldati, comandati dal Ten. Bracci”.
Bisogna leggere anche le carte, esistenti, del diario storico delle operazioni in cui è riportata l’origine della vicenda: “Pontelandolfo e Casalduni essendosi pronunziati per la reazione e spedito da Campobasso un distaccamento del 36° di 40 uomini sopra Marcone (Molise) per sorvegliare i detti paesi” quindi viene descritto l’eccidio (11 agosto 1861): “Il Distaccamento del 36° spedito il 10 da Campobasso sopra Marcone, si spinse sopra Pontelandolfo, ove la popolazione lo accolse da prima all’amichevole, e poi suonò attorno e lo assalì a colpi di fuoco e di sassi. La Truppa inseguita si diresse sopra Casalduni, ma anche quel paese unanime si scagliò sopra il piccolo Distaccamento, il quale chiuso in mezzo in fondo alla vallata, stanco per la lunga marcia, ed eccessivo calore del mezzodì, fu sopraffatto dalle popolazioni dei due paesi e dagli abitanti della Campagna. Uno ad uno costituitisi prigionieri. L’ufficiale luogotenente Cesare Bracci, per ultimo fu legato ad un albero e finito a colpi di pietra (la testa schiacciata fra le pietre, secondo alcuni venne ritrovata del Negri separata dal corpo - nda). Le donne e i fanciulli, colla ferocia del fanatismo ispirato dai loro Preti (sempre ostili verso i liberali, considerati massoni – nda), presero parte attiva alla strage sanguinosa. Un solo soldato pervenne vivo a S. Lupo” per cui scatta l’ordine per i militari (12 agosto 1861): “Pervenuto l’avviso a Napoli a ore 10 di sera dell’eccidio consumato a Pontelandolfo e Casalduni, si spedisce al momento il 18° Battaglione Bersaglieri col Capitano di Stato Maggiore Sig. Cecconi per la via di Maddaloni. Ducenta, Solopaca, Guardia Sanframonti, S. Lupo. Contemporaneamente si da avviso in Benevento al Colonnello Negri il quale dispone di sei Compagnie, acciò si diriga sopra Pontelandolfo” e l’esito dell’azione militare (14 agosto 1861): “(Dispaccio del Capitano Cecconi da S. Lupo) “Questa “mattina sull’albeggiare io mi trovava col 18° Battaglione “di bersaglieri in vicinanza di Pontelandolfo, allorchè si udì e si vide che le truppe del Colonnello e Negri “aprivano il fuoco contro il paese. Allora stabilita con esse le comunicazioni siamo andati sopra il vicino paese di Casalduni e dopo una breve e viva fucilata “siamo entrati alla corsa in paese da più lati. I soldati “assassinati, di cui abbiamo veduto li sconci cadaveri ancora insepolti, sono vendicati. Abbiamo ricuperate parte delle loro armi e molte munizioni. “Casalduni e Pontelandolfo sono in cenere. Gli assassini sono morti o raminghi. Nessuna perdita per parte nostra. Il 18° Battaglione Bersaglieri tornerà a Napoli ove giungerà il 16. Il Colonnello Negri resta per dar la caccia ai briganti sulle montagne. La massa degli abitanti di Pontelandolfo e di Casalduni non aveva attesa la truppa; pochi ostinati (forse 50 fra ambedue i paesi) perirono tra le fiamme o sotto le baionette”.
I due scritti descrivono nella sua crudeltà un episodio triste della storia nazionale, da contestualizzare nel momento storico e tenendo conto dei modi e degli usi del tempo, che viene ricostruito nella sua interezza. Un avvenimento nel quale, a mio avviso, è meno importante individuare chi ha più o meno torto o ragione. Può essere letto per individuarne alcuni insegnamenti: che seppur lo stato ha il diritto di esercitare la forza per far rispettare la legge, questa non deve prescindere dal rispetto della legge morale che tutela i diritti fondamentali degli uomini, anche i più umili, anche se delinquono”; i deboli hanno il diritto naturale di ribellarsi ad un “principe” ingiusto e tiranno, come diceva Giuseppe Garibaldi, anche adottando forme di lotta poco convenzionali, come la guerra per bande predicata dal Mazzini, ma questo non giustifica la violenza e la tortura nei confronti dei nemici e, specialmente, il rispetto per l’avversario sconfitto e prigioniero. Principi che oggi riteniamo patrimonio consolidato per tutto il genere umano e che invece vengono costantemente violati, migliaia di volte in un giorno, per tutti i giorni dell’anno. Basti pensare alla tortura esercitata contro gli avversari politici, la violenza sulle donne e le esecuzioni collettive ancora in uso in alcuni Stati “sovrani” o la decapitazione dei prigionieri di recentemente attualità dopo la guerra in Iraq.
Se si riuscisse a valorizzare tutto quello che c’è di positivo e a trarre insegnamenti anche per gli errori commessi anche nel corso del risorgimento nazionale probabilmente si potrebbe riscoprire quanto è bello e quanto siamo stati fortunati che si sia realizzata l’unità d’Italia.

BIBLIOGRAFIA

  • AA.VV., Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia, Milano 1961.

  • G. Boeri, P. Crociani, L'Esercito Borbonico dal 1789 al 1815. SME-Ufficio Storico, Roma 1989.

  • C. Cesari, Il brigantaggio e l'opera dell'Esercito italiano dal 1860 al 1870, Roma 1920.

  • P. Crociati, Guida al fondo “Brigantaggio”. SME-Ufficio Storico, Roma 2004.

  • M. Fiorentino, G. Boeri, L'Esercito delle Due Sicilie I856-I859, SME-Rivista Militare, Roma 1987.

  • C. Garnier (a cura di), Giornale dell'assedio di Gaeta, Napoli 1971.

  • A. Marcheggiano, Diritto umanitario e sua introduzione nella regolamentazione dell'Esercito italiano, 1 voli., SME - Ufficio Storico, Roma 1991.

  • F. Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l'Unità, Milano 1964; per questo studio è stata utilizzata la 3" edizione, del 1979.

  • T. Pedio, Inchiesta sul brigantaggio. Relazioni Massari - Castagnola. Lettere e scritti di Aurelio Saffi. Osservazioni di Pietro Posano. Critica della Civiltà Cattolica, Manduria 1983.

  • M. Schifa, Un documento inedito dell'ultimo Ministero di Francesco II di Barbone, in Rassegna Storica del Risorgimento, Roma 1916.

  • M. Selvaggi, Nomi e volti di un esercito dimenticato. Napoli 1990.

  • R. Tripiccione, l brigantaggio nei documenti dell'Ufficio Storico (1860-1870), in Studi Storico-Militari, SME - Ufficio Storico, Roma 1995.

  • L. Tuccari, Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi della lotta al brigantaggio dopo l'Unita (1861-1870), in Studi Storico-Militari, SME - Ufficio Storico, Roma 1989.

  • L. Tuccari, Il leggitimismo europeo a sostegno della reazione nel Napoletano, in Studi Storico Militari 1991, SME - Ufficio Storico, Roma 1993.

Oltre alla Raccolta delle Leggi del Regno d’Italia e al fondo “Brigantaggio” custodito dall’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma.


 
Copyright 2015. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu