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Assedio di Firenze

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L'assedio di Firenze (1529 - 1530)

Ten. (ca) Renato Maccanti

Correva l'anno 1523. Sul trono di San Pietro sedeva un Papa della famiglia fiorentina dei Medici: il Cardinal Giulio che, cingendo il Triregno, aveva assunto il nome di Clemente VII. Al momento sul trono imperiale del Sacro Romano Impero sedeva Carlo V d'Asburgo che era stato eletto Imperatore nel 1520 dalla Dieta dei grandi elettori: "eletto" ma non ancora, quindi, "consacrato". La sua elezione innescò quasi subito un conflitto con Francesco I Re di Francia, anch'egli aspirante al trono imperiale. La guerra, che si protrasse fino al 1529, ebbe come principale campo di battaglia (specialmente nella seconda fase 1526-1529) l'Italia dove il Papato e Venezia (preoccupati dall'espandersi della potenza di Carlo V dopo la vittoria, riportata a Pavia, nella cui battaglia Francesco I era caduto prigioniero degli Spagnoli) aveva dato vita ad una "Lega" antimperiale detta "italiana" appoggiata anche da Firenze (che però non entrò a farvi parte). La guerra nel frattempo era ripresa e le armate di Carlo V dilagarono in Italia fino a Roma: nel 1527 la città venne assediata prima e messa a "sacco" poi. I fiorentini ne approfittarono per cacciare i Medici dalla città: Pier Capponi venne nominato Gonfaloniere della Repubblica che si alleò con i Francesi. Quando il Papa vide che il governo di Firenze era caduto in mano ai suoi irriducibili nemici, cercò, ed ottenne, l'accordo con Carlo V. Nel giugno del 1529 Clemente VII concluse a Barcellona, un patto con Carlo V: quest'ultimo si impegnava a restituire allo Stato della Chiesa Cervia e Ravenna in mano ai Veneziani nonché Modena e Reggio in mano al Duca di Ferrara. In cambio ricevette la solenne consacrazione papale ad Imperatore del Sacro Romano Impero (che avvenne per mano di Clemente VII il 24 febbraio 1530 nella Cattedrale di Bologna) impegnandosi anche a sostenere il ritorno dei Medici in Firenze per riassumere il governo della città. Per i Fiorentini ogni speranza di accordo con Clemente VII era ormai tramontata. Firenze si preparò alla difesa: divisi in "Gonfaloni" i fiorentini formarono una milizia cittadina, alla quale si aggiunsero i soldati delle disciolte "Bande Nere", ed iniziarono a dar corso alle opere di fortificazione. Il comando delle truppe fu affidato a Malatesta Baglioni, figlio di Giampaolo Baglioni nemico dei Medici, nella speranza di evitare tradimenti. Nel frattempo l'impiego delle artiglierie aveva cambiato l'arte guerresca: le torri delle mura cittadine furono capitozzate per evitare che, rovinando sotto il tiro dei cannoni, si formassero cumuli di macerie. Sui tronconi si ricavarono le "troniere" per alloggiare le artiglierie, intorno alla città fu fatta terra bruciata, demolendo borghi cresciuti fuori delle porte, abbattendo ville, chiese, castelli e conventi che cingevano Firenze come tanti gioielli. Per approntare le nuove difese fu interpellato Michelangelo Buonarroti che si trovava a Firenze per le tombe medicee nella. Sagrestia "nova" di San Lorenzo e che nell'aprile del 1525 venne nominato Commissario generale delle fortificazioni. Egli si preoccupò principalmente del colle di San Mìniato dal quale il nemico avrebbe potuto battere la città: la sommità del colle fu chiusa con una stella di muri a scarpata fatti in mattoni impastati con paglia e sterco in modo che fossero elastici per favorire il rimbalzo delle palle scagliate dalle bocche da fuoco. A fianco dell'antica chiesa romanica Baccio d'Agnolo aveva iniziato la costruzione di un campanile, rimasta poi a metà. Michelangelo ne interrò la parte inferiore fasciando quella superiore fuori terra con soffici balle di lana. A questo punto si verificò un fatto curioso. Michelangelo, improvvisamente, si allontanò da Firenze probabilmente preso dal timore che, ove la città fosse caduta, egli avrebbe potuto essere vittima della vendetta medicea. Rientrò in città e, dopo essere stato dichiarato "ribelle", venne poi perdonato, riprendendo i lavori a San Miniato. Le armate imperiali ormai marciavano verso Firenze ,al comando del Principe d'Orange. Nel settembre del 1529 la sua armata apparve nel Valdarno ed il 14 ottobre l'esercito nemico dilagò nella piana di Ripoli a tre chilometri dalla città. Le soldatesche imperiali s'insediarono sulla collina di Fiesole da una parte e su quella del Giramontino e Santa Margherita a Montici dall'altra, mentre bande di cavalleria percorrevano il paese; un avventuriero, Maramaldo, arrivò con un branco di tagliagole, Cortona ed Arezzo erano già cadute: la morsa si strinse inesorabile ed il 29 ottobre iniziò il bombardamento della città. Simultaneamente il morale dei cittadini tese ed abbassarsi. In compenso i commissari fiorentini che conducevano le operazioni si rivelarono incrollabili dimostrando come un popolo considerato di mercanti fosse anche capace di fare cose diverse dal misurar tessuti o starsene dietro un banco con la penna in mano. Nella città però vi era un numeroso gruppo pacifista che tentò un accordo con Clemente VII prima e con Carlo V poi: entrambi i tentativi negoziali furono respinti e le decisioni rimasero agli eserciti. Intanto l'armata che circondava Firenze non cessava di ingrandirsi sino a raggiungere 40000 uomini: gli spagnoli, che rinforzavano le truppe imperiali, gridavano: "Segnora Firenze apparecchia i tuoi brocati che noi venghiamo a comperargli a misura di picche". Gli assediati, comunque, non si perdevano d'animo: l'11 dicembre del 1529 circa mille di essi, coperti di camici bianchi per riconoscersi nell'oscurità,  sorpresero il campo nemico. Gli imperiali fuggirono travolti non soltanto dagli "incamiciati" ma anche da mandrie di porci scappati dai loro porcili: l'impresa era a buon punto quando Malatesta Baglioni fece suonare inopinatamente la ritirata. Si mormorava infatti in città che nonostante egli  ostentasse un amore sviscerato per il popolo, patteggiasse con il nemico e stancasse deliberatamente i Fiorentini continuando la guerra: tale era anche l'opinione di Michelangelo. In Firenze intanto il ritmo della vita non sembrava mutato: le botteghe erano aperte, tutti andavano al lavoro, le donne di casa al mercato che diveniva sempre più magro. Sui muri comparivano le scritte "poveri ma liberi" ma il suono delle campane era spesso soffocato dal rombo delle cannonate: ciononostante non si perdeva occasione per divertirsi e motteggiare: nel "tamburo dèlle denuncie" un giorno si trovò un biglietto. che indicava il Papa e quattro suoi consiglieri come "traditori"; durante il carnevale del 1530 si giuocò "si ancora per maggior vilipendio all'inimico" una partita del "Calcio in Livrea" in Piazza Santa Croce. Le scaramucce intanto si moltiplicavano ed in generale gli assediati avevano la meglio, ma al momento in cui arrideva la vittoria il Baglioni ordinava la ritirata. Fu in questo momento che comparve l'eroe, il grand'uomo dell'assedio: Francesco Ferrucci. Un contabile di quarantuno anni; appassionato di storia antica, con l'animo del capo. Incaricato di riconquistare Volterra, caduta in mano agli imperiali, riuscì a scacciarvi l'avventuriero Maramaldo: alla fine del 1530 però Empolì cadde chiudendo l'unico sbocco verso l'esterno che i fiorentini potevano avere: in città la carestia cresceva (la carne d'asino era divenuta una leccornia, chi poteva mangiava cani, gatti, topi; il grano ormai mancava) e gli imperiali pensavano con gioia che gli assediati sarebbero crepati di fame. Come sempre in simili circostanze, nella Firenze assediata cominciò a serpeggiare il tradiménto: un canonico depositò, nella feritoia di una delle porte, informazioni che Baccio Valori, rappresentante del Papa, mandò a prendere: altri facevano segnali dai tetti sia di giorno che, con i lumi, di notte; ma il traditore principale fu senz'altro il comandante dell'esercito fiorentino, Malatesta Baglioni. L'ultima speranza dei fiorentini rimaneva Francesco Ferrucci: ricevuti poteri dittatoriali pari a quelli della Signoria o del popolo, venne incaricato di tentare la liberazione di Firenze dall'esterno, mentre dall'interno si sarebbe fatto un ultimo sforzo per rompere l'assedio. Il piano aveva molte probabilità di successo e, nel caso, il Ferrucci sarebbe stato salutato come il liberatore della città: fu in questo momento che Malatesta Baglioni si decise a tradire apertamente ed invece di sferrare assalti offensivi propose al nemico patti di resa. Ciò permise al Principe d'Orange di abbandonare le alture di Santa Margherita a Montici per andare incontro al Ferrucci. La via che da Pisa portava a Firenze per Pontedera, Empoli e Signa venne occupata dalle truppe imperiali per cui il condottiero fiorentino pensò di prendere la via dei monti: uscendo da porta Lucca passò da Collodi, salendo per l'Appennino, con il proposito di scendere poi verso Pistoia e Firenze; ma gli imperiali comandati dallo stesso Principe d'Orange, erano arrivati prima ed occupando Gavinana sbarrarono la via al Ferrucci: il 3 agosto la battaglia, accanita e confusa, si concluse con la sconfitta dei Fiorentini che, nonostante la disparità di forze, pari ad uno contro quattro, si batterono eroicamente al grido di "Marzocco ... Marzocco!". Il Principe d'Orange cadde al primo scontro ed il Ferrucci venne finito a pugnalate da Maramaldo mentre giaceva, ferito, su di una specie di barella; celebri sono rimaste le parole del commissario fiorentino pronunciate in faccia al suo assassino: "Vile tu dai a un morto!". L'8 agosto il Baglioni, che sempre cercava di impedire una sortita degli assediati, domandò di dimettersi sicuro di ricevere un rifiuto: invece fu preso in parola. La sua ira fu terribile: levatosi la maschera si impadronì delle porte facendo girare i cannoni sulla città. I Fiorentini che avevano accolto con gioia la notizia della scomparsa del Principe d'Orange, saputo della morte del Ferrucci e del tradimento del capo del loro esercito furono presi dalla disperazione: il 9 agosto la Signoria ordinò di deporre le armi e l'11 sotto la direzione di Baccio Valori vennero fissati i termini della resa. Firenze doveva pagare 80.000 ducati all'esercito assediante e consegnare cinquanta ostaggi in garanzia: Sua Santità avrebbe perdonato l'ingiuria e l'Imperatore Carlo V avrebbe stabilito entro quattro mesi la forma di governo della città. Firenze fece il bilancio dell' assedio: ottomila morti, perdite immense di danaro, raccolti, mandrie, case e tessuti. La città era in stato miserevole. Dal canto loro, gli imperiali, che avevano avuto 14.000 morti, non erano soddisfatti: defraudati del sacco pretendevano sempre più denaro. Per fortuna fra loro non c'era intesa ed il 28 agosto i mercenari italiani si scagliarono contro quelli spagnoli dopo essersi assicurata la neutralità dei tedeschi. La battaglia, che durò 2 giorni, salvò Firenze: gli Spagnoli si ritirarono nelle loro fortezze, gli Italiani lasciarono passare i viveri ritirandosi a Fiesole. Così dopo aver resistito undici mesi sotto un capo che ostacolava i loro sforzi anziché dirigerli, Firenze cadde gloriosamente, tre anni dopo Roma, assassinata dalla soldataglia di Carlo V e grazie ad un Papa della famiglia dei Medici. L'Imperatore spagnolo mantenne gli impegni presi con Clemente VII: prima nominò Alessandro de' Medici tutore di Firenze. Poi nel 1532, sopprimendo la Signoria, lo nominò Duca ereditario di Firenze dandogli anche in moglie la propria figlia Margherita ed assicurandosi così il dominio sulla Toscana.


 
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